SETTIMO: IL PISTOLERO

 

Una brusca frenata svegliò bruscamente i miei compagni di viaggio.

-Che cazzo succede, esclamò Achille.

-Parcheggio morbido, biascicò ironico Ettore

-Siamo in un fantastico autogrill vicino a Umbertide, facciamo colazione e poi ripartiamo.

Erano circa le sette del mattino.

Paride che non aveva dato segni di vita, usò tutto lo spazio che l’abitacolo di un’auto può dare per stirarsi e sbadigliando disse Che Bello qui ci lavora Umberto.

-Che battuta di merda, tagliò corto Achille.

-Guarda che non è una battuta.

A turno ci ritrovammo a scuotere la testa come per dire Vabbè lasciamolo perdere, tanto la sapevamo che sarebbe andata così con lui.

Entrando nel bar sembrava di attraversare una porta spazio-temporale che ci riportava indietro agli anni Ottanta.

Al banco c’era un ragazzone alto e sgraziato con la faccia assonnata, che abbozzava sorrisi stanchi dei quali si percepiva solo la gengiva superiore, di un rosso malsano, mentre completamente devota alla macchina dei caffè c’era una tizia grassa e tozza che lasciava in mostra il suo culo messo sotto vuoto nel pantalone blu di ordinanza.

Alla cassa, invece, una donna sulla quarantina ossuta e venosa, con le labbra sottili e con una capigliatura voluminosa che quasi si mangiava il berrettino.

-Ciao Umberto, esclamò Paride sventolando festoso le mani.

Mi scappò una mezza risata pensando Questo è scemo davvero, però in quel suo essere bacato in fondo c’era anche qualcosa di simpatico.

Lui rispose Ciao Paride che cazzo stai a fa’ qua a Umbertide vecchio diavolo, e allora ci rimasi di merda e con me gli altri.

-Stiamo andando a recuperare un quadro.

Paride non riuscì a finire la frase a causa di un triplice calcio nel culo.

-Cioè volevo dire che stiamo andando ad un addio al celibato, si corresse.

-E chi è quella testa de cazzo che se sposa di ‘stì tempi?

Umberto trasmetteva stanchezza anche quando era entusiasta o offendeva. Sembrava un bradipo.

-Sarei io, dissi stizzito

-Bravo, colazione offerta per tutti e quattro allora, gridò Umberto.

Non me lo sarei aspettato da lui, soprattutto il grido.

Si girarono a congratularsi con me anche i cinque camionisti davanti a noi, proprietari dei rispettivi camion che occupavano quasi tutto il parcheggio.

-E così ti sposi?, mi fece il grosso della combriccola.

Annuii esibendo un sorriso statico come il Pil italiano.

-Quando ti sposi?

-Domenica mi sposo.

Mettendo ‘mi sposo’ alla fine della frase volevo prenderlo in giro perché continuava a infilare il ‘ti sposi’ in ogni domanda, e invece mi uscì un’inflessione vagamente sarda.

Non che fosse del tutto irragionevole dato che mia madre è originaria di Arbatax (poi ve ne parlo se rimane del tempo), però ne fui sorpreso e sperai che il camionista non se ne fosse accorto per non dare adito ad altre curiosità.

Il tizio aggrottò la fronte, guardò un secondo in alto e poi disse Domenica è tra pochissimo, che ci fai ancora in giro? Non è che c’hai ripensato vecchio maiale?.

L’apostrofarmi come vecchio maiale e la grassa risata che seguì la sua domanda tolsero d’un lampo l’inaspettata aura di romanticismo di cui si era circondato.

Allora ripresi le distanze rispondendo No, non ci ho ripensato stia tranquillo.

-Non mi dare del lei. Il lei si dà ai signori io sono un povero cristo. Comunque piacere, mi chiamo il Pistolero, mi disse tendendo la mano destra dopo essersela passata sul jeans.

Feci fatica stringerla perché era spessa, tozza e callosa.

E anche sudata.

-Allora ciao Pistolero, io sono Joyce.

-Sei dell’America?

Risposi Sì, anche se non era vero.

– E invece Pistolero è il soprannome che voi camionisti vi date per rintracciarvi nel cibì, giusto?, intervenne Paride.

Gli amici del Pistolero rimasero ammutoliti e nel bar calò un silenzio gelido.

Umberto abbassò la testa, sapendo che era stato toccato il tasto sbagliato.

-Ragazzo hai detto due stronzate in una. Fare il camionista non è uno scherzo, è una missione, capito?.

Paride annuì frettolosamente.

-E io non mi chiamo Pistolero per gioco.

Disse così e iniziò a sbottonarsi la camicia.

Liberata anche l’ultima asola, con fierezza aprì il sipario sulle cicatrici da arma da fuoco che firmavano la sua pancia.

-Mi sono preso sette colpi di pistola da un bastardo che mi voleva rubare il camion. Lui mi sparava e io gli spaccavo la faccia, lui è morto e il pistolero è qua, esclamò schiaffeggiandosi la pancia come per prendersi beffa del morto e del destino.

Gli amici, forse abituati a quel racconto e a quella battuta, risero all’unisono.

Poi invitandolo con il cenno della testa disse Tocca dai, su approfittane, non ti vergognare.

-No guardi, lei è gentilissimo ma non posso, rispose Paride con tono schifato, cercando di nascondere le mani dietro la schiena.

-Ho detto tocca, gridò il pistolero guardandolo con gli occhi stralunati.

Allora presi coraggio e dissi Tocco io, anzi Posso avere io l’onore.

Il Pistolero iniziò a guardarmi con un’aria che era un misto di curiosità e sfida.

Accarezzai quei sette bozzoletti di carne liscia e rosea. A momenti vomitavo, ma cercai di celare il disgusto dietro a un mezzo sorriso, per evitare una rissa che non solo ci avrebbe visto soccombere, ma, soprattutto, ci avrebbe fatto perdere un sacco di tempo.

-Beretta calibro cinque. Era ben armato il bastardo, dissi con il tono da esperto criminologo cresciuto a pane e CSI.

Poi gli presi una mano e aggiunsi: -Mano calibro dieci, gli è andata male. Sia a lui che ai suoi parenti perché è legittima difesa.

-È quello che mi ha detto anche il mio avvocato. Siamo ancora in causa, ma ne verrò fuori, sacramentò il pistolero dopo avermi dato una pacca di impressionante potenza sulla spalla.

Poi si avvicinò all’orecchio e riabbottonandosi la camicia mi chiese con un tono più morbido Ma dov’è che ve ne andate?.

-Andiamo a trovare un carissimo amico a Palermo. Dato che non può venire al mio matrimonio vado a trovarlo io, risposi in modo asciutto.

-Ma vi imbarcate, spero.

-Sì, prendiamo il traghetto a Reggio Calabria e sbarcati attraversiamo la Sicilia, abbiamo poco tempo

-Se avete poco tempo la Salerno-Reggio Calabria ve la sconsiglio. Ma scusate non li sentite i comici quanto la prendono per il culo quella strada? Che poi è tutto un magna magna dei politici con la scusa che così danno lavoro alla gente del posto a mille euri al mese mentre loro prendono le tacchine da centinaia di milioni di miliardi di lire. Ti sembra giusto a te? Almeno che mangiassero tutti nello stesso modo no?

-Pistolero sono d’accordissimo con te. Dacci tu un consiglio a questo punto, colsi la palla al balzo per stopparlo prima che prendesse la tangente e per farlo sentire importante allo stesso tempo.

Lui si accese.

-Certo ragazzi. Statemi bene a sentire. Appena entrate in Campania rientrate sull’Appennino verso Avellino e fate delle strade interne. Sono tortuose, strette e piene di buche ma c’è poco traffico. Proseguite fino a Potenza e poi imboccate la SP402 in direzione Reggio così evitate la Salerno Reggio Calabria.

A quel punto chiamò i suoi a seguirlo, facendo roteare il braccio destro in aria come La Libertà guida il popolo (ma con molti più peli sotto l’ascella) e dopo pochi secondi i loro camion già sfiatavano e fischiavano pronti a rimettersi in marcia.

-Grazie per l’aiuto, dissi rivolgendomi a Achille e Ettore, che intanto si erano messi a sbirciare la Gazzetta dello Sport dagli espositori dei quotidiani.

Mi guardarono e fecero spallucce.

-Ragazzi allora che prendete per colazione?”, interruppe Umberto.

A tutti cadde l’occhio sulla vetrinetta delle paste.

Le manate e le ditate, che offuscavano in contro luce gli sportelli, non nascondevano, purtroppo, l’aspetto terribile dei bomboloni e delle trecce all’uvetta, che in confronto la Luisona di Benni sarebbe stata da annoverare tra i dolci pentastellati.

-Per me solo cappuccino, grazie, esordii.

-Anche per me, mi seguì Ettore.

-Sì anch’io, si accodò Paride.

-Io, invece, prenderei un succo alla mela verde e fette biscottate burro e marmellata di fichi, disse Achille spiazzandoci.

C’avemo solo succhi tradizionali tipo pesca e pera e da mangia’ solo le paste che vedi là. Al massimo te posso fa’ un panino col salame”, replicò flemmatico Umberto, mentre la cassiera tagliò Achille con un’occhiata obliqua.

-Allora cappuccino, ma mentre ordinava si diffuse nel locale un odore che è un misto tra latte e caffè bruciati.

-Anzi caffè. Caffè basso. Anzi lascia stare, per me solo una bottiglietta d’acqua da portare via.

-Quanto sei sgodevole però, replicò Ettore sorridendo.

Sembrava mi avesse letto nella mente, solo che nei pensieri non sorridevo.

-Non vi preoccupate per me, fate la vostra buona colazione. Io vado in bagno intanto, disse Achille congedandosi.

 

papaconl

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