ONOR DI CRONACA

 

Casa di Achille era dall’altra parte della città, ma a quell’ora ci arrivammo in una decina di minuti.

Al telefono mi aveva detto che ci teneva a venire anche lui e soprattutto si sarebbe fatto trovare pronto.

Invece mi ero ritrovato a sbuffare a intervalli regolari fissando il cruscotto della macchina alla sezione orologio, finché Paride non mi fece riemergere dal mio nervoso stato di attesa battendo, come un bambino di terza elementare, l’indice sul vetro della macchina esclamando Eccolo, eccolo.

Achille uscì di casa trainando una rumorosa valigia con rotelle, vestito con un abito nero, camicia bianca e cravatta rossa sottile, che sembrava dovesse andare a festeggiare il Capodanno.

-Ciao ragazzi, pronti a partire?, chiese sperando di eludere domande sul ritardo.

-Aspettiamo da una vita, puntualizzai.

-Come ti sei vestito?.

La sottolineatura di Ettore buttò nel cesso la venatura evidentemente piccata e velatamente polemica della mia risposta.

Poi ci pensò Paride a tirare l’acqua perché addirittura si complimentò con lui dicendogli Sei davvero figo così.

Ecco, il voler per forza guadagnare il centro dell’attenzione era la cosa che più non sopportavo di Achille.

Penelope dice che sono invidioso e che lo percepisco come il secondo gallo nel pollaio.

Un parere che più scontato e frettoloso non si può, perché quando ti permetti di essere critico nei confronti di un ragazzo che dalla vagina del destino è uscito alto, biondo, simpatico, ex-sportivo professionista, la prima etichetta che ti viene appiccata in fronte è quella dell’invidioso.

Se lo fossi davvero (invidioso) non potrei mai considerarlo un mio amico, e questo Penelope dovrebbe saperlo.

Poi in giro non è raro vedere persone che ne frequentano altre anche se le invidiano, ma probabilmente lo fanno per un qualche tornaconto, che deve essere molto importante, perché l’invidia ti fa venire un fegato così.

Quindi, senza voler dare sentenze o etichette, succede che molto più semplicemente delle persone non ci può piacere tutto.

Accade con i parenti, accade con le fidanzate, accade con i vicini di casa, accade anche con Achille.

Adesso mi dite qual era il motivo alla base della scelta di vestirsi così fuori luogo per affrontare un viaggio fino nel profondo sud, se non quello di mettersi in mostra?

Apparire è sempre stato più forte di lui, e lo dico con cognizione di causa dato che ci conosciamo dalle scuole medie.

Da ragazzi siamo stati anche ‘migliori amici’, poi ci siamo persi un po’ di vista perché ha cambiato diverse città per giocare a calcio, e quando è tornato vicino a casa a chiudere la carriera, ci siamo ritrovati.

Per esempio, adesso che ha smesso, non c’è bisogno di ostentare una vita sopra le righe quando in realtà dovrebbe iniziare a starci attento.

Io mi sono permesso di dargli qualche consiglio, in modo discreto ci mancherebbe, ma li ha sempre rispediti al mittente con sorrisi, alzate di spalle o Dai ne parliamo meglio un’ altra volta.

Poi, quando gli ho chiesto di mettermi in contatto con suo zio per il quadro mi ha risposto Io cosa ci tiro su.

Ma come, fai il brillante con tutti e alla fine ti riduci a fare la cresta su uno dei tuoi amici?

Vedendo che reagii rizzando la schiena (davvero non me lo aspettavo), iniziò a giustificare quella richiesta, tipo che dato che lo avevo portato a conoscenza di un illecito, lo avevo di fatto reso complice e quindi una quota gli sarebbe spettata di diritto (che poi parlare di diritti legati ad un profitto criminoso è una definizione del cazzo).

Quando realizzò che oltre alla schiena dritta avevo anche gli occhi sgranati, provò a metterci una pezza, mettendomi una mano sulla spalla e confessandomi che di quei soldi ne aveva bisogno anche per chiudere una questione e che quei soldi sarebbero stati una sorta di prestito che avrebbe chiuso con l’eredità che prima o poi avrebbe incassato (lo zio non era detto il Conte a caso).

Mentre uno speaker della notte stava spiegando quali erano i passatempi preferiti degli americani secondo una recente indagine di una rivista, partimmo per Palermo.

-Perché abbiamo la macchina di Penelope?, indagò Paride

-Perché la Porsche Macan è il top, disse Achille.

-No, più semplicemente è che io ho una due posti e in quattro non ci stavamo, risposi abbozzando un sorriso e scuotendo la testa.

-Guardate che non sono un imbecille, lo so che in una due posti non ci stiamo in quattro altrimenti si chiamava quattro posti, no? Non capisco perché non abbiamo preso la macchina di Ettore.

L’inaspettata irritazione di Paride mi portò a dare un certo peso alla questione e allora mi girai verso Ettore, come per riproporre direttamente a lui la domanda.

-Beh non lo so, ma Paride che cosa cambia partire con la macchina mia o con quella di Penelope. Mi sembra una domanda che francamente non c’entra nulla, domandò Ettore con tono conciliante ed educato.

-In realtà, se volessimo essere precisi avremmo dovuto prendere la tua macchina, Ettore, però chi se ne frega, l’importante è partire

-No Achille, ti sbagli, è importante. Le donne non controllano mai il livello dell’olio, non controllano se l’aria condizionata è carica, se la pressione delle gomme è quella giusta per il tipo di viaggio e di stagione. Non è una domanda che francamente non c’entra nulla, replicò Paride.

-Ti assicuro che Penelope ha controllato tutto, vivi sereno, provò a tagliare corto Ettore.

Il Vivi Sereno gli era uscito un po’ acido, forse perché non aveva proprio gradito il tentativo di imitazione del Francamente Non C’Entra Nulla.

-Io sono sereno, dovresti esserlo meno tu che hai creato sto casino.

Si rivolse a Ettore puntandogli l’indice contro e allora lui, sarà stato per quell’affronto, sarà stato per il senso di colpa con cui inevitabilmente doveva fare i conti, perse le staffe e gli disse che Cazzo c’entri tu con questa storia.

Accostai e gridai Ragazzi basta.

Aggiunsi Abbiamo dormito tutti poco e male, dobbiamo affrontare un viaggio lungo e impegnativo quindi rilassiamoci e nessuno ebbe il coraggio di replicare.

Ottenuto silenzio continuai: -Allora, adesso abbiamo diverse opportunità. O ci imbarchiamo a Civitavecchia e in dodici, al massimo quindici ore di traghetto siamo a Palermo, oppure puntiamo dritti in Calabria, attraversiamo lo Stretto e di lì andiamo a Palermo.

-In quante ore?, chiese Achille con un’aria che accennava alla sfida.

-Più o meno le stesse però dobbiamo decidere se farci trasportare dagli eventi passivamente per mare o essere protagonisti e affrontare il viaggio su strada. A voi la scelta amici.

-In macchina tutta la vita, esclamò Achille.

-Eh sì, in macchina, ribadì Ettore

-Dai ok, la macchina va bene, si accodò Paride.

-Bene, ci attendono quattro turni di guida da tre ore ciascuno. Inizio io.

Partimmo ufficialmente alle ore zero quattro meno qualche minuto.

L’alba accarezzava con le sue dita rosate il cielo che si apprestava ad accogliere l’arrivo di un caldo sole di inizio estate, mentre il mondo all’altezza del mio finestrino era dominato da colline e paesini abbarbicati che lentamente si risvegliano.

Il rumore sempre uguale dei copertoni sull’asfalto che si confondeva con le melodie della radio e, forse, l’adrenalina della discussione avevano fiaccato i miei compagni di viaggio, che si erano ridotti ormai a corpi inermi tenuti su dalla cintura di sicurezza.

Le teste appoggiate sul mento, che mi divertivo a far penzolare con improvvisi colpi di freno, sembravano dei caciocavalli messi a stagionare.

Oppure per volere essere meno bucolici e più moderni sembravamo di ritorno dalla discoteca..

Nel privilegio della solitudine che ha chi guida da solo o una macchina piena di gente che dorme, canticchiai stonatamente Autostrada deserta ai confini del mare, sigarette mai spente sul motore che va (il primo pezzo decente che RadioUno aveva passato) e pensai un po’ ai fatti miei.

La prima cosa che mi venne in mente fu che la E45 è piena di tre cose: buche, cartelli di Attenzione tratto con rilevamento automatico della velocità e gente che guida che impreca per le buche e i velox.

Poi inevitabilmente pensai che, anche se da poche, era già arrivato venerdì ventotto giugno. Meno due.

Per tenere a bada l’ansia, ripetevo l’itinerario e mi convincevo che tutto sarebbe andato bene.

Infatti saremmo stati a Palermo nel tardo pomeriggio, Ettore avrebbe chiarito con Elena e si sarebbe fatto restituire ridare il dipinto.

Quindi senza perdere altro tempo saremmo ripartiti subito dopo e sabato per pranzo saremmo tornati a casa.

Largamente in tempo per sposarmi il giorno dopo.

Domenica, il Trentagiugno.

Il problema vero era come giustificare a Penelope quella partenza.

Non potevo mica dirle Guarda quei mattacchioni dei miei amici hanno organizzato una sorpresa per me.

Naturalmente a mia insaputa (sennò che sorpresa è), naturalmente un po’ fuori porta (Palermo), naturalmente prendendo la sua macchina (si prende sempre su la macchina della fidanzata della persona che si vuole sorprendere).

Non avrebbe mai retto, anche per il solo fatto che, ad onor di cronaca, sarebbe stato il quarto evento per esorcizzare il mio matrimonio, e uso questa locuzione perché definirlo ‘addio al celibato’, sarebbe davvero esagerato dato che di ubriacature, di mignotte e di segreti da portarsi nella tomba per intenderci non se n’è vista nemmeno l’ombra.

Non mi rimaneva che armarmi di maturità e responsabilità e dirle come stavano le cose o almeno qualcosa che ci andasse molto vicino.

Dovevo avere fiducia nel fatto che avrebbe capito, perché una ragazza intelligente e comprensiva. Il problema è che lo è quando vuole.

E allora iniziai a immaginarmi la telefonata che avrei dovuto farle.

Incipit: Pronto amore, Penelope, gioia della mia vita.

No, troppi complimenti, poi capisce che nascondo qualcosa.

Saranno mesi che non le faccio un complimento.

Doveva essere più conciso.

Incipit 2: Buongiorno Penelope.

Nemmeno, sembravo il suo capufficio.

Doveva essere sì conciso ma non così impersonale.

Incipit 3: Amore devo parlarti.

Pensai Ecco ci siamo, l’incipit è quello giusto.

Lei avrebbe detto Dimmi e allora avrei dovuto sviluppare il motivo della telefonata.

Svolgimento: Ettore, Achille, Paride ed io stiamo andando a Palermo per recuperare una tela rubata che nascondo in casa da quasi anni.

Ecco, detta così, avrebbe declinato le nozze: non avrebbe mai accettato di sposare una persona che lavora sporco alle sue spalle, per due anni addirittura.

Sarebbe rimasta schifata più dal metodo che dalla bugia in sé.

Avrebbe ribattuto che un conto è mentire in modo estemporaneo per salvarsi il culo in una situazione (salvo poi ammettere), un conto è occultare la verità per tutto quel tempo.

Avrebbe detto che il metodo, appunto, è quello di una persona che sarebbe stata in grado di mentire tutta la vita e ad ogni occasione utile.

Pensai che No, la verità è troppo pericolosa e quindi decisi di virare sul qualcosa che ci andasse molto vicino. Decisi di ripiegare sul verosimile, che poi significa quasi vero (il quasi falso lasciamolo un attimo da parte).

Svolgimento 2: Elena ha lasciato Ettore, di punto in bianco, senza un reale motivo e sta tornando a Palermo. Lui è disperato. Achille, Paride ed io lo stiamo accompagnando a Palermo per chiarire. Domani per pranzo sono casa.

Pensai Ecco ci siamo.

Preso da questi pensieri, aggrottavo e distendevo la fronte come se stessi davvero parlando al telefono con Penelope.

-Hai finito di fare le facce strane nello specchietto retrovisore?, irruppe Paride.

-Cosa?, replicai sorpreso.

-Sì, sono dieci minuti buoni che fai delle facce strane, come se parlassi da solo.

Si è vero. Stavo pensando alla telefonata che dovrò fare a Penelope per spiegarle la situazione. La vedo molto dura

-Secondo me devi essere conciso ma non impersonale, dispiaciuto ma credibile, disse Paride.

Ancora non mi spiego come cazzo aveva fatto ad usare gli stessi consigli che mi ero dato io, però non gli dissi nulla per non dargli soddisfazione, dato che in quel viaggio non ce lo volevo.

-Senti cosa pensavo di dirle. Amore devo parlarti. Elena ha lasciato Ettore, di punto in bianco, senza un reale motivo e sta tornando a Palermo. Lui è disperato. Achille ed Paride ed io lo stiamo accompagnando a Palermo per chiarire. Domani per pranzo sono a casa. Che dici può andare?

-Secondo me non le frega niente del fatto che tu sarai a casa per pranzo, obiettò Paride.

-Che intendi?

-Voglio dire che quello che le interessa è che tu ci sia per il matrimonio. Faglielo capire che anche per te è la cosa più importante del mondo, ma di fronte ad un amico disperato proprio non potevi dire di no

-Hai ragione, la chiamo subito

-Ma che ore sono? No, è troppo presto, poi succede che la svegli e parti già male.

-Hai di nuovo ragione. Paride, è mai capitato che ti abbia dato ragione due volte nella stessa giornata?.

-Sì è successo un’altra volta, ma non di fila, replicò lui.

-Ah ecco, mi sembrava che fosse un fatto straordinario.

In realtà erano tre ma ormai ad omettere le cose stavo diventando un maestro.

papaconl

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