Le donne che sanno aspettare

Primo

La Sfuga

Il setto nasale si rompe con un rumore secco e deciso.
Un crack e il cervello sembra scivolare giù dalla calotta cranica, uscendo a grumi dalle narici.
In realtà è sangue, talmente rosso che diventa marrone, quasi nero. Si rapprende e si secca sulle labbra, sul mento e sui vestiti e ti lascia addosso un odore nauseante.
Sapete, almeno mi sono risparmiato il dolore, perché sono caduto a terra immediatamente e mi sono risvegliato su una sedia a rotelle in fila al reparto radiologia.
Non capisco a che cosa serva fare la lastra, tanto il naso è andato. Ne sono sicuro al cento per cento. Il maledetto pulsa come se avesse un cuore e polmoni tutti suoi. Deve essere abnorme.
E mi chiedo anche cosa abbia da guardare la gente in modo così insistente.
Soprattutto la vecchietta, sdraiata su un letto di reparto, con le vene che le spuntano dalla pelle aggrinzita, magra come il bastone della flebo che si porta appresso. Lei è la peggiore di tutti, mi fissa senza ritegno.
Le ho fatto il dito e si è girata dall’altra parte.
Lo so, starete pensando che è da maleducati, che non si fa, a maggior ragione verso un’anziana.
E io sapete cosa vi dico? Che non me ne frega niente, tanto ormai sono sputtanato solo per esser conciato in questo modo.
La gente penserà che sono un poco di buono, uno di quelli che arrivano a fare a cazzotti per un parcheggio o di quelli che hanno avuto un incidente mentre abbordavano una prostituta.
In realtà le ho prese dal Signor Juan.
Che sia chiaro, non voglio mica avere da ridire sul fatto che io non meritassi qualcosa di simile ad una punizione.
Anzi, a mente lucida, io stesso me la sarei inflitta, anche con un certo senso di cattiveria liberatoria, quella da forcone in mano e testa rotolante sul patibolo.
Però, essere punito da uno stronzo, anzi un grandissimo stronzo, come il Signor Juan, ecco non l’avrei mai immaginato.
Perché ritrovarsi con il naso spaccato per essere sparito qualche giorno senza dare nessuna notizia, mi sembra un po’ esagerato, non vi pare?
Che poi non era nemmeno tutta colpa mia.
Cioè ho deciso io di dileguarmi, ci mancherebbe, ma è stata una fuga dall’imbuto ambientale.
Non faccio l’ipocrita, la psicologa in una qualche seduta l’aveva definito così.
E mi aveva messo in guardia.
Tieni i tuoi confini ben delineati, perché sennò ti sentirai soffocare prima o poi.
Parole sante alle quali non avevo creduto e sulle quali sono andato a sbattere la faccia.
Scusate se me la sto ridendo da solo ma mi è uscita bene.
Insomma mi sono ritrovato nel bel mezzo dell’imbuto ambientale.
Però, c’è un però.
Io sicuramente ho sbagliato a fuggire, però (eccola l’avversativa che avevo in mente) lei ci ha messo del suo, come si dice dalle mie parti.
Io qualche segno di cedimento è da un po’ di tempo che lo davo ma lei niente, dritta per la sua strada.
Invece di allargare il buco dell’imbuto (sempre parole della psicologa) si è impegnata per otturarlo. Come ogni coppia che si rispetti eravamo in una fase un po’ anonima, del tipo che ormai la seduta del divano ha la forma dei vostri culi, uno accanto all’altro, che la spesa viene fatta in modo automatico, che il sabato sera ci si vede con la solita coppia di amici intelligenti.
Ammettiamolo, è quello che è capitato o sta capitando in casa di tutti voi.
È vero, io potevo alzare la mano e dire la mia per cambiare l’inerzia delle cose ma sapete benissimo quanto la routine aiuti la testa di un uomo, un po’ come la ruota per il criceto, quindi concentriamoci su di lei e sulla sua opera di otturazione dell’imbuto.
Insomma, lei se ne viene fuori con una proposta che la mia psicologa definiva ‘defibrillatore’, ovvero quelle idee che strappi la camicia sul petto, ci metti sopra le piastre e poi liberi il voltaggio massimo alla cazzo di cane per riportare in vita i sussulti della storia.
Prima di dirvi cosa, un piccolo inciso sulla variazione del portato semantico di alcune parole non appena una convivenza (o una roba simile come nel mio caso) entra nel vivo.
Sì, perché all’inizio le domande sono poste con un tono dolce e tutte le cose vengono declinate in –ino/a (cenina, amorino, spazzolinino), poi accade che l’abitudine si trasforma in una grande lente di ingrandimento sui difetti.
Pertanto l’amabile vezzo di lasciare un calzino in bagno e l’altro in camera diventa casino e l’impareggiabile genialità nel commentare le partite di calcio diventa indigesta passione per sport violenti, popolari e diseducativi.
E noi uomini pur di non abbandonare la ruota del criceto accettiamo le variazioni del portato semantico delle parole che vi dicevo prima.
Quindi una proposta diventa un ordine con il punto di domanda tra parentesi.
Datemi retta uomini che state leggendo, diffidate di tutto ciò che inizia ‘con che ne diresti’ e/o ‘perché non’.
Diffidate nel senso che non dovete perdere tempo a ragionare con senso critico, rispondete che siete d’accordo ma, e sottolineo ma, solo dopo avere fatto la faccia di quello che ha ragionato con senso critico.
Insomma tutto questo per dire che la proposta che aveva avanzato per rivitalizzare la nostra relazione, in realtà era un ordine al quale non ho minimamente pensato di dire no.
Qual è l’ordine?
Vi do un indizio: non è quello di avere un bambino.
Esatto, il matrimonio.
Perché non ci sposiamo, mi disse (notate che ho detto mi disse e non mi chiese) sul finire dell’estate scorsa.
Mi colse di sorpresa mentre prendevo a morsi un ghiacciolo.
Le andai incontro a passi a lenti e la strinsi forte a me non dicendo nulla con le lacrime agli occhi.
Lei lo prese come un sì appassionato, dato che non poteva sapere che avevo mezzo ghiacciolo alla menta tra la gola e il palato e che non volevo sputarlo per non rovinare quel momento.
Per qualche mese, devo ammettere, quel nuovo progetto ci aveva regalato una certa euforia.
Mi sorrideva spesso e aveva proprio una bella espressione mentre lo annunciava agli amici.
A fine giugno prossimo ci sposiamo, diceva senza preavviso nel bel mezzo di ogni occasione utile (e futile), con quell’accento che mi aveva sempre fatto impazzire.
In realtà io lo sapevo quando lo stava per dire, perché cercava il mio sguardo complice e contemporaneamente mi prendeva la mano, quasi sempre sotto al tavolo.
E poi giù con le solite domande.
Ma dai?, quando avete deciso?, in quale chiesa?, di mattina o di sera?, figli?
Smaltito l’effetto annuncio, in cui me l’ero cavata con qualche occhiata trasognata e un sorriso tra l’innamorato e il rincoglionito, sono iniziati i problemi.
Devo ammettere che la mia partecipazione ai preparativi, con il passare delle settimane, era diventata un ‘ah-ah-Sì-Sì-bellissimo’ mentre ero impegnato con tutta la faccia a non perdermi una battuta di Gomorra.
E lei (più o meno) giustamente si incazzava. Però c’è anche da dire che ogni mio tentativo di incidere era stoppato con un raffinatissimo ‘Che cazzo stai dicendo’.
Per esempio, dato che non sapeva se erano meglio i fiori tutti di un colore o di colori diversi (non mi chiedete quali colori, per cortesia), le avevo consigliato un weddingplanner di Riccione che avevo scovato su internet.
Di certo non mi aspettavo che mi saltasse al collo e incrociasse le gambe dietro la mia schiena festeggiare il mio tentativo di risolvere la situazione, ma non mi aspettavo nemmeno che mi dicesse (riporto fedelmente le parole) ‘Te ne fotti a tal punto del nostro matrimonio, anzi del mio matrimonio, da far impicciare un estraneo. Sei una merda’.
Lo so, i più schizzinosi potrebbero obiettare che le offese non possono essere tollerate e che quindi ci sarebbero stati già tutti gli estremi per far saltare tutto (leggasi mandarla a fanculo), però, dovete sapere due cose: la prima è quanto l’ho desiderata; la seconda è che dopo le sfuriate mi ha sempre chiesto scusa, dato he l’organizzazione le trasmetteva ansia e via dicendo.
Quindi non potevo sfancularla a due passi dall’altare (io non sono il tipo, ma vi assicuro che esistono persone del genere), però più era ansiosa, più era intrattabile e più io prendevo le distanze. E più prendevo le distanze più lei si incazzava. Ancora di più.
Allora avevo sviluppato quelli che la mia psicologa definisce i calli dell’anima, delle sorte di ferite rimarginate che ti fanno sopportare le cose in nome dei bei tempi andati e nella speranza che ritornino.
E quindi, se ai primi ‘che cazzo stai dicendo’ potevo anche sentirmi offeso, e badate bene che il fatto che mi offendessi era l’inequivocabile prova che tutto sommato ero coinvolto (non ammetto eccezioni a questa frase, sia chiaro), col tempo avevo imparato ad incassare senza grossi problemi.
Anzi, ad un certo punto ci avevo preso addirittura gusto a spararle grosse.
Come quando avevo proposto di ingaggiare una scalcinata banda di ex alpini per suonare la marcia nuziale o di fare una estrazione a sorte per decidere i posti al banchetto.
Avete letto bene, ci avevo preso gusto. Però non giudicatemi in fretta e furia come uno stronzo superficiale, c’è molto di più, credetemi.
Magari ve lo racconto un’altra volta.
No, ve lo racconto subito, perché una roba che ho in mezzo alla pancia e ho bisogno di confidarmi anche io.
Certo degli amici ne ho, però sapete come siamo noi uomini.
Con gli amici si parla del più e del meno rimanendo sulla buccia delle questioni.
Con gli amici alla domanda come va, si risponde sempre tutto bene e tu.
Comunque vi dicevo della confidenza che ho bisogno di farvi.
Ecco, prima ho sbagliato a dire che ci provavo gusto a farla incazzare.
Non è vero, o meglio non è del tutto vero.
Nel senso che quando si incazzava almeno mi considerava, mi metteva al centro della sua attenzione.
Sono arrivato a essere geloso del mio matrimonio, vi rendete conto?
Certi giorni mi stava proprio sulle palle.
Questo Trentagiugno (detto anche Il Giorno) era stato così tanto scandagliato in ogni suo dettaglio che era diventato un’entità.
Un’entità che, benché mi contemplasse, mi stava mettendo ai margini della mia stessa vita e stava prendendo possesso di Penelope.
La mia futura moglie mi stava facendo le corna con me.
Vi prego di non ridere perché è paradossale e tremendo.
È per questo che sono fuggito.
Che poi non è stata una fuga organizzata, ma si è trattato una serie sfigata di eventi che mi ha portato lontano da casa.
Possiamo teneramente definirla sfuga.
Davvero, non volevo lasciare Penelope sull’altare.
Facciamo così, io vi racconto cosa è successo e poi giudicate voi.

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papaconl

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