La punta dell’iceberg

Succede sempre così dopo che una donna finisce ammazzata.

Esaurita la spinta emotiva per il dramma che si è consumato e che continuerà a esistere in quelle famiglie, si innesca un meccanismo perverso che porta i giornali a riempire le pagine di dettagli privati, interviste a increduli vicini di casa, dichiarazioni del parroco, tabaccai che avevano previsto tutto.

Morbosità date in pasto a lettori affamati da una curiosità morbosa, lettori rimasti incollati al buco della serratura ma rimasti immobili rigorosamente al di qua della porta.

La porta deve essere aperta, invece.

Non sulla scena del crimine, ma sulla nostra vita, dove nostra é sinonimo di comunità.

Deve essere aperta per capire che se ad uccidere è anche il famoso dottore, il ricco professionista, l’insospettabile brav’uomo che va in chiesa tutte le domeniche, allora il problema non é sociale.

Non c’entra più il disagio del disoccupato senza futuro e nemmeno il metalmeccanico con il passato troppo ingombrante e il vizio per la bottiglia.

Il problema diventa culturale.

Perché il rispetto va insegnato, inculcato, preteso.

Perché ci si deve scandalizzare se a scuola non si educa al rispetto e non se non ci sono i crocefissi alla parete.

Perché ci si deve arrabbiare tutte quelle volte che le differenze non sono tutelate.

Perché la vittima é solo la punta dell’iceberg e sotto il livello del mare rimangono spesso sommersi continui episodi di violenza pronti a sfociare in tragedia.

Sommersi dalla paura di denunciare, sommersi dalla convinzione che alla fine sia giusto così.

Perché la vittima potrebbe diventare tua figlia, tua sorella, tua madre.

Perché bisogna smettere di farci attrarre dalla morte.

Fermiamoci in mezzo alla strada a sbirciare due che si baciano, non a fissare due che si picchiano.

papaconl

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