Il tubo

Quarto
Il tubo

Ora se sono stato abbastanza bravo o sufficientemente ellittico nel raccontarvi quello che mi è successo, vi starete chiedendo cosa c’è nel Tubo che il mercoledì passava di mano tra me e i miei amici.
Era già passato un anno e mezzo ma quella notte sembrava appena trascorsa.
Iniziò tutto con una specie di recita della sorellastra di Ettore. Passammo tre ore con il culo che riempiva gli spazi delle doghe scricchiolanti di una incerta sedia pieghevole ad ascoltare Dora che interpretava delle poesie di una poetessa polacca dal nome impronunciabile (i cognomi polacchi sono quasi tutti impronunciabili).
Dora ha sempre avuto il pallino del teatro, ma complice una sorta di depressione paranoica che la colpì negli anni dell’università, complice il fatto che lei non l’aveva mai data in giro a registi e sceneggiatori, si era ritrovata a fare delle serate per pochi onanistici filo letterati che, per sentirsi elevati, si accontentavano di una coi dreads e piena di tatuaggi che calpestava freneticamente il legno del palco per dare enfasi ad una poesia che parlava di corpi morti e immobili.
Comunque, come avrete capito non era questa la cosa eccezionale che capitò quella sera ma quello accadde dopo.
Lasciammo il Teatro Sociale doloranti, senza nemmeno approfittare del buffet finale, che sarebbe stato, in realtà, una sorta di premio e sprofondai nel gelido dei sedili in pelle della macchina di Ettore.
Ero intirizzito, annoiato e stanco ma, in mezzo ad uno sbadiglio, trovai la forza di dire Non te la prendere, ma la serata poetica mi ha fatto cagare.
Come faceva cagare quella Renault Laguna del novantacinque grigio metallizzata, che faceva fatica a mettersi in moto.
Al quinto tentativo partimmo, insultati dallo scricchiolio delle sospensioni, che sembravano più incerte delle sedie in legno del teatro.
Per di più per andare dritto Ettore doveva tenere il volante ruotato di quasi novanta gradi.
Gli dissi anche Devi portarla dal meccanico, lui rispose Inutile spenderci soldi, devo demolirla appena arriva la nuova, basta guidare piano.
E infatti andava pianissimo e mi sarei di certo addormentato ma il paesaggio era troppo bello da guardare.
Per arrivare a casa dovevamo farci mezz’ora di macchina in mezzo al nulla, tagliando a metà distese di terra completamente brinate che una luna piena faceva risplendere d’argento.
Avete presente quelle notti d’inverno che sembra ci sia la luce accesa?
Ecco, proprio una di quelle che è tutto talmente nitido che notai che c’era qualcosa sul bordo della strada.
Da subito pensai ad un sacco dell’immondizia abbandonato, poi ad un cane o una nutria, dato che sembrava muoversi.
Alla fine gridai Cazzo c’è un morto sulla strada e Ettore inchiodò, disegnando sull’asfalto ghiacciato la nostra traettoria.
Notammo che nel fossato che costeggiava la strada c’era una macchina con ancora i fari accesi e la radio a palla, ma del morto nemmeno l’ombra.
A voce alta dissi Forse non è morto del tutto, abbozzando questa patetica soluzione del caso mentre lo stomaco ora si contorceva ora si pietrificava, in un valzer nauseabondo che stava per farmi vomitare.
Ettore, che, come vi ho detto, è uno preciso, si fece largo nella sterpaglia disordinata del fossato, mentre io chiedevo ripetutamente Allora?, mentre i secondi sgocciolavano lenti come una settimana di ferie con la pioggia.
Lui, dopo un po’, rispose Allora un cazzo, qui non c’è nessuno ma chiama lo stesso la polizia.
Raggiunsi a passi svelti la macchina, salii, e tirai fuori il cellulare.
Non avevo iniziato nemmeno a comporre il numero che una voce si rivolse a me dicendo Metti giù bastardo.
Da subito ci rimasi male, perché era la prima volta che chiamavo la Polizia e avevo un che di ansia e senso di essere utile alla comunità.
Quindi proprio non me la sarei aspettata una tale mancanza di educazione da parte di persone che sono pagate per proteggerci e, soprattutto, il loro stipendio glielo paghiamo con le tasse.
Solo in un secondo momento realizzai che quella voce bassa e risoluta non veniva dal cellulare, ma dalla bocca di quello che pensavo morto e che invece era vivissimo e armato di una pistola.
Non so se vi hanno mai puntato un’arma davanti agli occhi, ma posso assicurarvi che trovarsi il buco nero della canna davanti non è affatto piacevole.
La mia paura, oltre quella di morire naturalmente, era che gli scappasse il colpo per sbaglio.
Io non sapevo nulla di lui, quindi poteva essere un delinquente alle prime armi (qui la metafora calza a pennello, lasciatemelo dire) che in preda all’ansia maneggia maldestramente il ferro e in un secondo mi manda al creatore.
È anche vero che la pistola poteva essere finta e durante quei secondi, interminabili credetemi, ho rischiato comunque di morire di infarto, e non è assolutamente vero che in quei momenti si riavvolge il film della propria vita.
Nessuna altalena ciondolante con me sopra pieno di moccolo, non ho visto mia mamma rimboccarmi le coperte, del convegno su Finanza di impresa e Fisco (dopo se rimane tempo vi racconto) nemmeno un fotogramma.
Solo ed esclusivamente paura, incorniciata da un intenso stimolo defecatorio.
Ecco, se mai qualcuno vi puntasse la pistola in faccia potreste capire perché si dice cagarsi addosso dalla paura.
Dicevo dello stimolo defecatorio, che poi divenne irrefrenabile quando guardai negli occhi il delinquente.
Gli occhi erano gialli di cattiveria e aveva il volto completamente coperto, ma ero sicuro che sotto c’era anche una faccia da cattivo vero, come quelli che si vedono in certi film o al telegiornale.
Comunque, per tutti questa sfilza di fattori, fu molto convincente ed interruppi la telefonata.
Mi ordinò Scendi, e io scesi obbediente.
Quando fu chiaro che non mi voleva uccidere ma soltanto rubare la macchina, gli dissi Signor rapinatore non ci rapini la macchina, dobbiamo tornare a casa.
E lui continuava a fissarmi mentre inesorabilmente uscivo dalla macchina e con la pistola nella schiena andavo verso Ettore, senza più riuscire a parlare ma nemmeno a piangere.
Ettore che non si era accorto di nulla, saltò fuori con slancio dal fosso gridando Ho trovato una fondina di una pistola.
L’uomo mascherato, con poche parole ma sempre in modo elegante e persuadente, ci invitò a consegnargli i nostri cellulari e a salire sui sedili posteriori della macchina, ed è qui che diede il meglio di sé con la corda, dimostrando una certa abilità con i nodi che nemmeno Capitan Findus.
Doveva essere un fissato perché uno che gira con venti metri di corda è per forza un tipo strano, a meno che non sia una pratica diffusa tra i delinquenti. Però, a quel punto, ai posti di blocco basterebbe controllare se c’è una corda nel baule per liberare il mondo dal male.
Comunque, torniamo ai nodi. Dopo averci fatto sedere sui sedili posteriori schiena contro schiena, e fu già un’impresa perché la macchina era in pendenza, ci immobilizzò le teste facendoci masticare la corda all’altezza dei molari (così non potevano parlare insomma), strinse sui toraci, poi i polsi e finì con le caviglie. Per farvela breve, nel giro di due minuti eravamo come due caciocavalli.
Probabilmente è la posa più intima che ho ma avuto con un uomo.
Il delinquente non ci abbandonò subito. Rimase per diverso tempo a cercare qualcosa nella sterpaglia, evidentemente senza riuscirci perché scagliò un calcio nella portiera imprecando qualche santo del Sud.
Partì sgommando.
Smaltita la paura, era arrivato il momento di tirarci fuori da quella situazione.
Mi viene un’idea. Mi tolgo le scarpe e con le dita dei piedi riesco a tirare la maniglia della portiera.
Allora dimenandoci come lombrichi che stanno per essere messi all’amo riusciamo a risalire il fosso.
Una volta sulla strada, con un pezzo di vetro del finestrino e con tanta calma riusciamo a liberarci della corda e proprio in quell’istante passa Dora, la sorellastra di Ettore.
Ecco, avrei potuto raccontarvelo così quello che è successo.
Perché con un piccolo ritocco, quello che è normale può diventare eccezionale.
Perché al falso basta una pennellata di verosimile per diventare vero.
Però poi accade che ci facciamo prendere la mano e allora perché accontentarsi dell’eccezionale quando si può creare l’incredibile.
E così avrei potuto dire che con la forza della disperazione ho letteralmente disintegrato le corde, poi mi sono messo alla guida e con una manovra pazzesca l’ho tirata fuori dal fosso, quindi abbiamo inseguito il malvivente e speronandolo l’abbiamo mandato a schiantarsi contro un pilone.
Oppure che l’uomo mascherato, colpito dal sangue freddo dimostrato nell’accettare il nostro destino, è tornato indietro e ci ha liberati e da quel momento siamo diventati una banda criminale.
Niente di tutto questo.
Ettore ed io siamo rimasti in macchina fino al mattino, quando Samir, un muratore egiziano o forse turco, ci ha svegliati chiedendo Tuto bene.
Sì, con una sola t.
Se a cavallo delle quattro del mattino vieni svegliato con la bocca impastata mordendo una corda grossa un dito, qualunque cosa provi a dire risulta una accozzaglia di vocali deformi.
Così io dissi Toglici sta cazzo di corda, ma probabilmente il suono che ne uscì fu qualcosa che somigliava a qualche frase di senso compiuto in egiziano o in turco, una frase che ci fece meritare abbracci e pacche sulle spalle.
Avete presente che Warhol ha detto che ognuno di noi ha dieci minuti di notorietà?
Ecco, per me è durata un paio di giorni, perché dell’accaduto ci fece un breve servizio (ma bello, credetemi) addirittura Raitre e comunque se ne parlò su tutti i giornali locali.
Un giornalista mi aveva rivelato che preferivano contattare me perché l’altro (Ettore, ndr) era avaro di particolari e, testuali parole, era un po’ moscio anche nel raccontare.
Fatto sta che tutta quella attenzione mediatica mi aveva reso famoso, è l’essere riconosciuto al bar o al supermercato, effettivamente, mi gasava. Poi quando tutto evaporò lasciando il posto alle nuove cose ci rimasi male.
Allora vi chiedo io, perché sto fatto ha avuto rilevanza sui giornali?
Perché è il classico caso di riscatto dell’immigrato nord africano (o turco) che salva la vita a due italiani dato in pasto alla stampa per addolcire il sentire popolare.
Perché la pagina della cronaca doveva essere comunque riempita con qualcosa.
Perché uno dei protagonisti è figo (naturalmente mi riferisco a me e non a Ettore).
Se avete pensato ad una di queste soluzioni avete sbagliato.
Dato che avete appena avuto la prova che non sono bravo a creare suspense, ve la faccio breve. Il ladro, che ricordiamolo era un ladro con i controfiocchi, mette a segno l’ennesimo colpo in una villa di super ricchi e scappa con la loro macchina, buca e finisce nel fosso.
A quel punto arriviamo noi per prestare soccorso e lui, per niente riconoscente, ruba anche la nostra.
Solo che non poteva sapere che la macchina di Ettore aveva quell’anomalia al volante che vi dicevo prima e quindi, inseguito dalla polizia, alla prima curva si impala nel pilone di un ponte in costruzione. E muore.
Ecco, questo mi permetto di darvelo come consiglio di vita. Quando vedete che qualcosa inizia a girare male, non accanitevi ma lasciate perdere. Prendetevi una pausa e magari iniziate qualcos’altro.
Comunque mentre lui moriva tra le lamiere e il cemento, noi eravamo con la coperta di lana sulle spalle ad aspettare come due fessi.
Quando accade un incidente si perde sempre un sacco di tempo. Arrivano le forze dell’ordine, iniziano ad accendere dei fuochi, a disegnare delle linee con il gesso, a prendere misure, a stendere nastri.
Poi il blu dei loro lampeggianti si mischia con quello dell’ambulanza, che arriva sempre di gran carriera anche se non hanno le sirene attivate.
Insomma un gran brulicare di gente e nessuno che ci avesse davvero considerato, nonostante fossimo le vittime. Ci avevano detto Aspettate qui, e ci avevano dato le coperte di lana.
E mentre aspettavamo, un po’ per noia un po’ perché nessuno dei due aveva una gran voglia di parlare, ci fermammo a guardare il carroattrezzi che tirava fuori la macchina dal fosso. Più la macchina risaliva, più quel buco di terra prendeva senso.
Finché il fascio di luce dei fari, come un occhio di bue in teatro, non si soffermò su un palo troppo nero e perfetto per essere un albero.
Nessuno degli addetti ai lavori si accorse di nulla, ma noi sì.
E allora aspettammo ancora, aspettammo di essere interrogati, aspettammo di essere medicati, aspettammo che il nostro tempo di vittime lasciasse il posto al ruolo di testimoni che dovevano rimanere a disposizione nei giorni a seguire.
E con i fuochi spenti, i nastri raccolti e le luci blu lontane, tornammo nel fosso.
Non era un albero, non era un palo, era il Tubo (proprio lui).
Era nero, di plastica, con un tappo che si svitava.
Lo aprii. Ettore buttò un occhio e disse Dobbiamo subito chiamare Achille, che ci procurò un appuntamento con suo nonno, detto il Conte, che decise di riceverci nel suo laboratorio soltanto qualche settimana dopo, perché scemasse un po’ di eco sulla vicenda.
All’appuntamento ci presentammo vestiti di tutto punto, con una bottiglia di vino e con della piadina calda, lui ci salutò con una stretta di mano flebile ma non incerta, mentre a Achille lo baciò sulla fronte.
Era un omuncolo torto e ossuto come un ulivo, e con quella barba lunga e bianca che portava, sembrava avesse cent’anni.
Ci disse Seguitemi, con la tipica voce dei vecchi, un po’ arrugginita e che sembra arrivare in ritardo rispetto ai pensieri, e noi lo seguimmo al piano di sopra in rigoroso silenzio, come in una processione di vescovi.
L’appartamento era inebriato da un intenso odore di naftalina e sembrava un museo: fotografie in bianco e nero, cimeli di viaggio, opere d’arte.
Delle tante stanze che come acini d’uva si aggrappavano al corridoio, entrammo nell’unica che aveva la porta aperta.
Il Conte prese posto dietro la grande scrivania di legno e noi davanti a lui come a una sessione di esame.
L’atmosfera garbata e calma dello studio venne presa a cazzotti dalla luce fortissima della vecchia lampada che il vecchio accese all’improvviso, e mentre noi faticavamo a mettere a fuoco, chiese Nipote, dov’è il pezzo?
Achille fece un cenno con la testa, io scattai in piedi e gli porsi il Tubo come se fosse un neonato.
Con la lentezza di chi sa quel che fa, tirò fuori la tela, la srotolò e iniziò a ispezionarla da vicino, come se stesse trovando una pietra preziosa caduta tra i grovigli di un tappeto.
Le folte sopracciglia del Conte, nonostante la resistenza delle rughe, si inarcarono ampiamente una volta, poi un’altra e un’altra ancora.
Tutte le volte che risaliva, noi non respiravamo più, pronti a ricevere il responso, ma ogni volta si rituffava su quelle turgide tette al vento.

Ecco, non avessi saputo che il nonno di Achille era anche uno stimato esperto d’arte, ci avrei visto un vecchio maniaco, come forse qualcuno di voi.
Ad un certo punto, quando ormai avevamo abbandonato ogni speranza, lui abbandonò la lente di ingrandimento dentro ad un cassetto, inspirò profondamente e sentenziò Ebbene questo lavoro è autentico.
-Cioè?, chiesi.
-Il soggetto, lo studio anatomico, le campiture le tonalità scelte riconducono l’opera inequivocabilmente a Gauguin.
-Quanto vale?, domandò Achille.
-Nipote, ti ho già detto che questo quadro andrebbe riconsegnato ai legittimi proprietari e comunque io non lo venderei per nulla al mondo.
Poi annuì sconsolato dicendo Ma voi giovani che cosa ve ne fareste, dato che non avete né il tempo né le conoscenze per dedicarle la giusta contemplazione, toccando lievemente la tela.
Rimase immobile qualche secondo. In me si innescò il timore che volesse iniziare la contemplazione perché vi assicuro che mentre pronunciava quelle parole piene di altezza filosofica non aveva mai smesso di guardare le pere di quella ragazzina, diciamo con grande fame di cultura.
Poi da uno dei cassetti prese un foglio, iniziò a scriverci sopra con la penna stilografica con una cura da amanuense e poi ce lo mostrò.
-Dottor Proci. Chi sarebbe?, chiese Achille.
-È un siciliano ma da tanti anni ha un’agenzia di assicurazioni sull’Appia Antica a Roma. È una sorta di secondo lavoro, una copertura. Vi può dare una mano a vendere il quadro
-Quanto possiamo chiedergli, Signor Conte?, domandò Ettore.
-Chiedete il doppio della sua seconda offerta. Siate risoluti e pazienti. E soprattutto non fate il mio nome.
Insomma tra le nostre mani avevamo il Gauguin che i derubati pensavano fosse andato distrutto nell’incidente. Vi rendete conto?

 

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papaconl

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