Gli spannometrici (capitolo due)

Secondo
Gli spannometrici

Avete presente che vi avevo detto che noi uomini abbiamo bisogno delle routine? (Oltre che delle ruotine come i criceti, naturalmente).
Ecco, la situazione ha iniziato ad aggrovigliarsi mercoledì, proprio il giorno della serata con i ragazzi, che era istituito come il momento solenne in cui fare il passaggio del Tubo.
Evito anche di dire che sarebbe anche il giorno del pranzo da mia mamma sennò contattate Penelope e la convincete che è stato meglio non sposarsi con uno abitudinario come me.
Comunque torniamo a mercoledì. Ecco, la giornata era iniziata alla grande e, lontano da ogni sospetto, aveva regalato una meravigliosa mattina di sole.
Io non so se voi lo pensate allo stesso modo ma svegliarsi con la stanza piena di luce calda, mentre il mondo è già attivo da un bel pezzo, a me ha sempre fatto provare un non so che di privilegio.
No, non sono un altolocato viziato o un mantenuto instabile.
Questa è una conquista abbastanza recente, da quando ho deciso di mettermi in proprio, lasciando il posto fisso in banca.
Dai, onestamente, chi di voi avrebbe rinunciato allo stipendio assicurato, alla tredicesima, ai benefits vari?

Ecco, io sono tra quei pochi.
Non è stato un colpo di testa né un atto di coraggio, è stato per puro istinto di sopravvivenza.
Ve la faccio breve.
Il mio capo era un aziendalista esaltato che ringhiava e sbraitava come un cane rabbioso per ogni sciocchezza.
Con il tempo mi aveva fatto venire una colite cronica.
E non è un modo di dire o una metafora. Davvero dovevo correre in bagno due o tre volte al giorno con dolori lancinanti.
La mia psicologa (prima) e il gastroenterologo (poi) mi hanno detto che somatizzavo, e quindi trasformavo in burrascosa diarrea tutto il mio stato ansioso.
Poi accadde che ero stato a casa per un periodo piuttosto lungo (poi forse vi racconto), e quando tornai al lavoro lui non dimostrò il benché minimo ritegno. Non dico mica i guanti bianchi, ma un attimo di umanità nel trattare uno che tornava al lavoro dopo diverso tempo, con tutto quello che aveva passato.
Anzi sembrava che ce l’avesse con me proprio per questo motivo (aver messo in difficoltà l’ufficio, secondo la sua logica malata), dato che ringhiava e sbraitava con maggiore aggressività.
Allora mi sono licenziato e adesso sto per i fatti miei.
Comunque (permettetemi un ultimo inciso su questo argomento), vi assicuro, che quando lavori in proprio, se ti sbatti tutto il giorno e vendi zero, sei perfettamente consapevole di non guadagnare un centesimo e ogni minuto perso pesa come un macigno.
Ma se vendi zero perché hai volutamente impiegato il tempo per fare altro, allora ti senti il padrone e la colite non c’è più.

Mercoledì, dicevamo, era una splendida mattina di inizio estate e mi ero messo d’accordo con Ettore per andare a fare una corsetta, dato che era in ferie. Manco a dirlo, lui alle dieci in punto si presentò sotto casa.
Manco a dirlo, perché Ettore è di quelli precisi, quelli per cui nove euro e novantanove centesimi sono nove euro e novantanove centesimi e pretendono il nichelino di resto.
Io ero già sveglio però non ero per niente pronto.
Io sono di quelli che nove euro e novantanove centesimi sono nove euro.
Io sono un degno rappresentante dei cosiddetti spannometrici, quelli che misurano le persone, le situazioni e tutto il mondo a spanne, e che per natura arrotondano una volta per eccesso, l’altra per difetto, senza una regola ma per il solo gusto di non essere precisi.
Io sono di quelli che sono spinti da quell’inspiegabile brivido che dà essere andati solo vicino al bersaglio, per quella strana sensazione che trasmette l’essere dei quasi eroi come quando il tiro da lontano prende la traversa e tutto lo stadio si fa prendere da quel quasi gol, forse di più di un gol pieno.
Torniamo a Ettore e della sua precisione.
Il suo problema è che sembra esserne vittima.
Ogni tanto lo vedo che sta per scoppiare, che sta per buttare all’aria il suo personaggio, e io, credetemi, lo incito con gli occhi e con le mani, come dirgli ‘Dai che ce la puoi fare’.
Allora lui prima passa le mani sul cranio tenuto rasato perché è più pratico, poi indugia sugli occhi, lasciando nudo quel suo naso ingombrante e non perfetto. Ecco quando fa così vuol dire che ha già abbandonato l’idea di ribellarsi e inizia a raffreddarsi, come quei pezzi di ferro roventi che vengono fatti sfumare nella bacinella dell’acqua gelida.
Finché non torna completamente razionale.
Questo non si fa, questo non si può.
Che palle, mi viene da dire, come è venuto da dire alle sue (rare) fidanzate.
È vero, sul rare tra parentesi sono stato un po’ maligno però è questa la verità.
Solo che con la verità abbiamo quasi tutti qualche problema di approccio.
Avrei dovuto dirglielo che sarebbe molto più interessante se si lasciasse andare. Se fossi un amico vero, qualcuno avrà pensato.
Complimenti, senza dubbio bella frase da dire, piena zeppa di retorica, però. Perché tra le intenzioni e quello che si fa, si mette sempre in mezzo il nostro tornaconto.
Cosa ci guadagno io se butto in faccia al mio “amico” (messo tra virgolette per non creare questioni di Stato) quello che penso di lui?
Magari ci rimane male e non mi rivolge più la parola oppure gli viene una crisi di identità, deperisce e poi si suicida.
Ho estremizzato per rendere chiaro il concetto.

Quindi dovrei rischiare tutto questo casino, solo perché secondo il mio parere trovo che, alla lunga, nemmeno da subito, risulta un po’ noioso.
E poi, a dirla tutta, la sua prevedibilità è pure confortante, perché qualunque cosa possa accadere lui è così.
Il lunedì si mette sempre la camicia azzurra e il venerdì la bianca.
Una parte di me dice Che palle, l’altra rimarrebbe disorientata se non accadesse.
Dai, siamo tutti un po’ Ettore, perché l’abitudine ci rassicura.
Perché se facciamo le stesse cose non dobbiamo pensare.
Non sarà mica un caso se per tornare a casa facciamo sempre la stessa strada, no?
E in effetti Ettore ed io non cambiammo percorso nemmeno per andare a correre.
Dopo mezz’ora avevo già il fiatone. Questo fatto mi aveva destabilizzato e non poco, dato che qualche anno fa avevo molta più resistenza.
Vedete, alla fine dei conti tutto quello yoga, che avevo iniziato a fare al posto del calcetto giusto per condividere qualcosa con Penelope, aveva avuto come unico risultato che mi aveva rammollito come una casalinga sessantenne.

L’altra cosa che mi aveva destabilizzato era che la corsetta si era rivelata una autentica scusa per permettere a Ettore di fare la parte dell’amico profondo e, secondo me, mettersi a posto la coscienza.
Non è che voglio malignare, però, di fatto, mi aveva proposto di andare a correre proprio nell’unico momento che gli rimaneva libero prima che arrivasse che la sua ragazza.
Sì, era una di quelle ‘rare’ di prima. Ma, appunto, rare non vuol mica dire ‘nessuna’.
Che poi definirla la sua ragazza è francamente esagerato perché Elena era una tipa di Palermo, che dalle foto che Ettore mi aveva fatto vedere su Face Book, sembrava carina.
Lui l’aveva conosciuta in chat circa due anni fa, ma si erano incontrati in quattro o cinque occasioni, ovvero tutte le volte che lei era fuori Sicilia per convegni di prodotti cosmetici o cose del genere.
Naturalmente avevo invitato anche lei al matrimonio.
Anzi, avevo addirittura detto a Ettore che se avesse voluto saltare la nostra serata per stare con lei non ci sarebbe stato alcun problema, senza rimarcare l’importanza della sua presenza, da vero gran signore quale sono. Quando voglio.
Lui rispose dicendo Vengo, perché voglio che sia lei ad entrare nella mia vita non che sia la mia vita ad entrare in lei.
Alla fine quanto sono dannatamente rassicuranti questi uomini precisi?
Non la vedeva da almeno due mesi e aveva sicuramente una gran voglia di scopare, ma avrebbe mantenuto fede al nostro rito del giovedì sera.
Probabilmente, uno spannometrico come me, avrebbe dato buca.
Giusto, stavo per dimenticare la questione del mettersi a posto la coscienza.
Sin dal primo passo nel parco aveva iniziato a menarla sul fatto che il matrimonio è il momento per dire davanti a tutti quanto eravamo stati fortunati a trovare nell’altro una persona con cui condividere viaggi, ricette e film in prima visione.
Che quelle promesse che si fanno al microfono non sono frasi di rito ma sono impegni grossi così.
Che è quello che avrebbe prima o poi fatto con Elena, perché lui era sicuro (anzi sicurissimo, vabbè) che era la persona giusta.
Che si sarebbe chiusa una fase della mia vita per lasciare posto ad un’altra, probabilmente quella che mi avrebbe accompagnato alla tomba.
Va bene, questa ultima cosa l’ho un attimo ritoccata, però il concetto era questo.

Dette così sembrano frasi un po’ retoriche ma piene di affetto, io però vi assicuro che nel tono c’era qualcosa di paterno (e il mio non lo vedo da quasi sempre) e qualcosa di paternalistico (e io i preti, lasciamo stare) che gli aveva conferito un che di impostato e di cattedratico.
Come dire io che sono il tuo il tuo unico e sano punto di riferimento (certificato dall’approvazione di Penelope) tra tutti i tuoi amici, adesso te lo ricordo quello che stai per fare ed evitare poi di cadere nel cliché Io te l’avevo detto.
Frase che direbbe con la stessa intonazione di Quattrocchi dei Puffi.
E, sia chiaro, che le sue raccomandazioni non mi avevano raccomandato.
Anzi mi avevano agitato di brutto, a tal punto che quando ha detto Si chiude una fase della tua vita, a momenti vomitavo.
Sarà per la mia avversione naturale al dolore provocato dagli addii o in generale dalle cose che finiscono, sarà perché ero il primo dei ‘nostri’ che faceva il grande passo (e quindi non avevo esempi con cui confrontarmi), sarà per quel qualcosa che ti scatta dentro prima dei grandi eventi, che ero andato in ancor più in ansia.
Avevo il blocco dello studente prima dell’esame.
Erano mesi che mi preparavo all’idea di fare la spesa, condividere un frigorifero e uno stendino per i panni, organizzare lavatrici e pulizia dei bagni.
Erano mesi che mi ripetevo che bastavano impegno, buona volontà, voglia di mettersi alla prova, e ogni volta mi venivano in mente i privilegi di cui godevo a casa di mia madre.
So già cosa state pensando e non vi permetto darmi del bamboccione.
Mi sono sempre dato da fare un casino ma solo fino al pianerottolo, per poi lasciare ogni atteggiamento da essere vivente (anzi convivente) al di là della soglia.
Ma non è del tutto colpa mia.

Lo so, sembra comodo scaricare la colpa, o parte della colpa, su mia madre, ma, se ci ragionate, in fondo è così perché non mi aveva mai richiesto nulla. E con nulla non mi riferisco solo alle G.O.L.F. (grandi opere di lavoro e fatica come stirare, lavare i piatti, spostare i mobili, spolverare), ma soprattutto alle P.O.S.E. (piccole opere di sensibilizzazione ed educazione), quelle che ti preparano, insomma, ad ogni forma di convivenza.
Non sparecchiavo la tavola, non riassettavo la camera da letto, non avvisavo se cenavo fuori, non lasciavo mai le scarpe nella stessa stanza. Non parliamo dei calzini, poi.
Servito e riverito. Come un Re.
Quindi, facendo due conti, se l’aspettativa di vita è di ottanta anni e un individuo ne trascorre più un terzo così, senza incombenze, è naturale che poi abbia un’idea distorta del concetto di ‘donna da sposare’.
Che poi se questa è forse una roba da italiani, magari un po’ retrogradi come rischio di apparire io dicendo queste cose, sicuramente non è roba da spagnoli, magari un po’ progressisti come Penelope.
Infatti per non cadere vittima dei suoi pipponi nervati di femminismo fondamentalista ho trovato due escamotage.
Il primo è evitare atteggiamenti da maschio rilassato, quindi pipì con la tavoletta su, scarpe nella scarpiera, dentifricio schiacciato dal basso.
Il secondo, invece, è non nominare quasi mai mia madre.
Ho notato, infatti, che basta dire ‘mamma’ associata a qualunque azione, anche la più innocua come ‘ ti saluta mia mamma’, che in lei scatta una mutazione genetica che la trasforma in una incazzata con il mondo.
È a causa di gente come te, che non ha reciso il cordone ombelicale, che il mondo sarà sempre un posto di merda per le donne, é una delle hit parade.
Il cordone l’ho reciso, però a volte mi è sembrato che dall’ombelico si fosse trasferito intorno al collo.
È questo che recrimino a Penelope.
Lo so, avrei dovuto prenderla da parte una sera qualunque e parlarle di questa cosa qui e invece me la sono tenuta dentro.

Però, credetemi, è stata più una forma di protezione che di timore della sua reazione.
Pensandoci adesso, a mente fredda e a naso spaccato, forse ho avuto anche la presunzione che alcuni atteggiamenti si sarebbero messi a posto da soli. E invece no. Le persone sono come l’acqua, prendono lo spazio che concedi loro.
Ad ogni modo, Ettore se ne era accordo che qualcosa nella mia espressione era cambiato.
Mi chiese Tutto bene, e io risposi Sì certo, ma lui non aveva abboccato e quindi mi chiese nuovamente Tutto bene.
Io annuii soltanto e lui rincarò la dose chiedendo C’è qualcosa che devo sapere?
Avevo provato a mettere insieme una spiegazione giocando sul fatto che incontrare la famiglia di Penelope tutta e in particolar modo il Signor Juan mi metteva qualche pensiero. Ma Ettore mi guardava con aria poco convinta.
Allora gli dissi Temo il giudizio che una persona come il signor Juan possa formulare sul mio conto con particolare riguardo al fatto che la figlia sposerà me, cioè una persona di estrazione socio-culturale di profilo medio borghese e anticlericale, il che si porrebbe in sostanziale distonia con la tradizione del suo ceppo familiare. Lui è un lombrosiano convinto, con qualche trafugazione del pensiero kantiano, quello del periodo blu, capito?.
Lui rispose No.
Sappiate che c’era anche (anche) del vero in tutta questa elucubrazione.
Juan Godoy Alvarez de Faria proviene da una delle famiglie più influenti di Madrid, che si è seduta con tutto il culo sulla Storia della Spagna. Pensate che un lontano parente è stato anche Primo Ministro ai tempi di Carlo IV, un tizio senza scrupoli, non solo capace di piegare alla sua volontà il re ma anche di trombargli la moglie Maria Luisa di Borbone e avere la sua stima. Di lui intendo, ma molto probabilmente anche di lei.
Insomma da buon uomo politico metteva tutti d’accordo.

Ecco il signor Juan, dal suo antenato, deve avere ereditato il patrimonio genetico, oltre all’altro patrimonio, l’unico che conta al giorno d’oggi, gonfio come il suo ego.
E non parlo solo di soldi ma anche di case, isole, quadri.
Hanno anche un castello, ma non mi ci hanno mai portato.
Insomma è gente che con me non c’entra nulla e che con me ha sempre parlato un castigliano stretto.
Io di quella lingua avevo imparato a dire in perfetta dizione Sì, sono contentissimo, perché possiamo finalmente celebrare il nostro amore davanti al Signore e prometterci solennemente che sarà per sempre.
Era la frase che andavo ripetendo ormai da sei mesi a quei pochi parenti iberici che mi parlavano e, a dire il vero, sua mamma era tra questi.
Sinceramente l’avevo fatto solo per Penelope, perché il fatto che non avessi imparato bene lo spagnolo come lei aveva imparato l’italiano, le procurava sempre un po’ di nervoso e tristezza.
Perché lo vedeva come un disequilibrio della coppia, ma soprattutto perché era fierissima del suo essere spagnola.
Tutto quello che aveva a che fare con la Spagna era la cosa migliore al mondo.
E in questo, presa in piccole dosi, poteva risultare anche simpatica ma alla lunga diventava un po’ pesante.
A volte, per esempio, si impuntava che la piazza più bella d’Italia era Piazza di Spagna (e qui ci può stare), che i dolci più buoni erano quelli con il pan di Spagna (qui parliamone) e che la cantante italiana più brava di tutte era, udite udite, Ivana Spagna.
Ecco, qui capite che esagerava, e lo faceva apposta.
E per sostenere la tesi, si era comprata tutta la sua discografia (quattro cd in tutto per fortuna), che spesso metteva a palla in casa.
Ammetto che la Canzone del Re Leone l’avevo imparata a memoria e la cantavo anche con un certo trasporto.
Sarà per il fatto che Simba è senza padre, si esilia per il senso di colpa, si imbottisce di scarafaggi bavosi, poi incontra (ritrova) una bella gnocca piena di valori (Sarabi) e si riscatta.
Ho sempre rivisto la mia parabola, solo che non era ancora arrivato il riscatto.
E se non c’è riscatto, sei ancora prigioniero.
Comunque torniamo al Castigliano stretto.
Il signor Juan lo usava apposta perché così parlando pensava di escludermi, e invece lo capivo benissimo quando mi chiamava piojo, il pidocchio.
E lo capivo, anche nel senso che in fondo potevo condividere il suo punto di vista, quando diceva alla figlia che non avrebbe dovuto sposare me perché Chi cazzo è este piojo, mentre il suo ex era il figlio del Ministro de esta minchia.
L’avevo capito benissimo quando disse che accettava che ci sposassimo in Italia solo per non farmi conoscere ai Salotti Buoni di Madrid.
E per carità, il matrimonio s’ha da fare, perché se poi nasce un figlio, non siamo una famiglia d.o.c. e la reputazione va a puttane.

Allora, che se li tenga pure i suoi salotti buoni, che sono quelli su cui si fa fare i pompini da tutte quelle bocche in cerca di favori o di soldi.
Tanto si vede che è uno che scopa in giro, è troppo pieno di sé per accontentarsi della Dolores, santa donna, con la menopausa e il corpo deformato da tre gravidanze.
Lei evidentemente immagina ma sommessamente sopporta.
Perché tanto decide il signor Juan, dato che è il Signor Juan che tiene su la baracca e paga per tutti.
Dato che non fa mancare niente, non deve mancare nemmeno la muta accettazione e quindi nessuno quindi osa lamentarsi o eccepire.
Nemmeno i fratelli. Due marcantoni che al cospetto del padre, una mezzasega, diventano cagnolini con la coda fra le gambe.
Me li vedo nel grosso studio di Madrid.
Entrano in ufficio, riveriti, blanditi, desiderati, e loro spadroneggiano; poi arriva il padre e loro lì a capo chino, perché sanno che la loro parola vale meno del piscio dei cani.
L’unica debolezza del Signor Juan è sempre stata Penelope, la figlia femmina, la figlia più piccola.
Penelope sa come prenderlo, sa quando dargli ragione e soprattutto sa come dargliela, perché non lo fa sentire riverito ma intelligente, geniale.
E così facendo quando lei dissente, al Signor Juan passa per la testa che esiste la possibilità che lei abbia ragione.
Era riuscita a fargli digerire che si trasferisse in Italia per farsi un nome tutto suo, con la promessa che sarebbe tornata a casa se non ce l’avesse fatta.
Manco a dirlo, gli affari del suo studio vanno a gonfie vele e lei ha messo radici qui.
Quando vuole una cose Penelope la ottiene, non ci sono santi.
Però mi fa incazzare quando vuole avere a tutti i costi ragione, quando pretende che il suo modo di vedere le cose sia l’unico modo al mondo, e si arrabbia per un niente, tipo se suggerisco il wedding planner per uscire dal groviglio organizzativo.
Perché con tutti i problemi che ci sono al mondo, non ci si può arrabbiare per una proposta che ha anche un suo risvolto pratico.
E non la menate pure voi con la questione di principio.
Siamo pronti a tirare fuori la ‘questione di principio’ solo quando le nostre convinzioni sembrano non avere una degna conclusione.
Non sappiamo da che parte farci e allora la buttiamo sulla filosofia.
Mi fa incazzare anche quando mi accusa di essere un pigro.
Perché lo dice con un distacco schifato. Lo dice lentamente, aprendo bene le labbra come un aspirante attore ai primi corsi di recitazione.
Non mangiarti le parole, sennò il pubblico non capisce, sennò ti si annoda la battuta.
S e i – u n – p i g r o.
Momento di silenzio, applausi e poi sipario, perché non so cosa ribattere.
Per ribattere dovrei innescare una litigata, che inizia con le recriminazioni del momento e finisce con le emersioni ad effetto retroattivo.
Da Smettila, che anche ieri ti sei dimenticato di spegnere la luce del bagno a Come quella volta che ti ho aspettato in aeroporto per due ore e non mi hai mandato nemmeno un messaggio.
E dietro quel pigro così scandito ci vedo nascosto il Signor Juan che ghigna soddisfatto e che sottovoce ripete Buono a nulla, parassita, se non era per i nostri soldi con il cazzo mettevi su la filiale di prestiti da dare ai poveretti come te.
Sì il tono è lo stesso.

Una volta, sulla terrazza dell’attico su Calle Fuencarral mi disse No entiendo con lo stesso identico tono schifato e distaccato che usa Penelope.
Mi aveva chiesto conosci Franco e io avevo risposto Chi, Franco Franchi?
E lui disse No entiendo.
Va bene ci può stare che un altolocato spagnolo non conosca Franco e Ciccio, però era chiaro che la mia era ironia per nascondere l’imbarazzo che aveva creato.
Non c’era bisogno di parlare di politica la prima volta che ci vediamo.
Al massimo c’era bisogno di parlare di sua figlia, della quale ero perdutamente innamorato.
Comunque tutte queste cose non mi andava di raccontarle a Ettore, tanto meno pochi giorni prima del matrimonio e allora mi limitai a sorridere.
Lui si irrigidì e mi chiese Non avrai mica della figa a mezzo.
Io gli risposi Magari. Poi sorrisi di nuovo e aggiustai il tiro dicendo Tutto a posto, davvero tutto a posto, non ti preoccupare.

papaconl

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