ADONDE VAS?

Quinto
Adonde vas?

Dopo la partita ad Indovina Chi e consegnato il tubo, me ne andai a dormire.
Penelope, sentendomi entrare nel letto, si fece ancora più in là e quindi capii che non mi rimaneva che abbandonarmi al sonno perché quel leggero scostamento era la prova che per quella sera non me l’avrebbe data.
(Quante di voi, lettrici, fanno così, eh?)
Quella sera non poteva fare testo, dato che sapevo per certo che era stanca dopo due giorni di convegno a Hannover (che non so perché ho sempre confuso con la poco più lontana Vancouver), però vi assicuro che, in generale, non sono affatto un rinunciatario (anzi), quindi, se vi dico che quando si scosta non ce n’è, è perché ho un’esperienza diretta e statisticamente significativa della situazione.
Infatti se, quando entro nel letto, ne ha voglia, lei inizia ad attorcigliarsi alle mie gambe a sussurrare parole carine tipo Che bello che sei arrivato.
Tutte le volte che, sottolineo tutte, entro nel letto e, dopo che si è allontanata un po’, provo ad attorcigliarmi io, lei si gira sbuffando dicendo Porca puttana non vedi che sto dormendo?
E poi la mena con la questione che quando ne ho voglia io (l’espressione corretta è Quando Ti Tira) non ho rispetto di niente e nessuno. Anzi nessuna.
Tiriamo assieme alcune conclusioni.
La prima.
Penelope è una femmina.
Penelope è una bugiarda, dato che finge di dormire solo quando le conviene.
Tutte le femmine sono bugiarde.
La seconda.
Io sono un maschio.
Io non ho mai reagito male alle profferte sessuali.
Tutti i maschi scoperebbero sempre.
Dato che non volevo questioni, abbandonai la testa nel morbido del cuscino e lasciai i piedi perdersi tra il fresco delle lenzuola della mia metà di letto e improvvisamente mi ritrovo in agenzia con Manganelli.
Era tanto che non mi capitava. La psicologa mi aveva avvertito che sarebbe successo e anzi mi aveva sottolineato che la prova di aver superato la mia ansia cronica non era il fatto che era sparito dalle mie emersioni oniriche, bensì il superare il sogno senza svegliarmi di soprassalto.
Come al solito, lui mi guardava con gli occhi stralunati e iniettati di sangue. E gridava. Gridava qualcosa, non capivo nemmeno cosa di preciso. Era per davvero più un grido, un latrato, che qualcosa di senso compiuto detto gridando.
È che a forza di non controllare la salivazione, accade che gli si imbiancano gli angoli della bocca.
Iniziai a toccare la mia, di bocca.
Avete mai notato che siamo portati a fare quello che fa la persona che abbiamo di fronte?
Se state parlando con qualcuno e lui si pulisce gli occhi o si tocca il naso, tempo tre secondi e farete lo stesso.
Per me è per la paura di avere caccole che spuntano dalla narice o che molleggiano alla base degli occhi.
Fatto sta che inizio a toccarmi anche io, sperando che vedendomi facesse lo stesso, perché con quella pasta bianca agli angoli delle labbra, non solo faceva schifo ma era anche poco credibile.
Come se uno cercasse di rimorchiare una con discorsi interessanti e gli spinaci in mezzo ai denti.
Ma lui imperterrito continuava a sbraitare in modo sempre più grottesco finché non inizia ad assomigliare sempre di più ad un carlino con la cravatta.
I carlini sono quei cagnetti che puzzano da morire, che hanno gli occhi in fuori, che sono pieni di bava e abbaiano in quel modo convulso e quasi strozzato.
E più gli si ingrossava la vena, più assomigliava a Mimmo, il carlino obeso di Sara, la mia ultima fidanzata prima di Penelope.
Glielo regalai al ritorno da una vacanza e dopo pochi giorni la lasciai.
Lei probabilmente lo ha addestrato a farmi fuori, perché, da quanto mi dicevano amici comuni, il cane andava in braccio a tutti e ringhiava solo a me. E anche a tutti i miei surrogati, tipo le foto o il suono del mio nome pronunciato (probabilmente in compagnia dell’epiteto Quello Stronzo).
Torniamo a Manganelli. Già era un nevrotico di suo e vedendo me, che tentavo di contenere la mia ilarità dietro la mano, si incazzò ancora di più.
Poi ad un certo punto mi scappò un Minchia Mimmo indicandolo con il palmo della mano aperto e subito dopo scoppiai letteralmente a ridere. Manganelli ringhia Cazzo ridi Joyce.
E io calo il secondo Minchia Mimmo.
In quel preciso istante stringe un pugno e inizia a caricarlo in aria.
Mi dico Ecco ci siamo.
Nel sogno desideravo lo scontro ed essere picchiato.
Forse c’è qualcosa di catartico: il desiderio di spaccargli quel naso rifatto che avevo dovuto tenere a bada nella vita reale, aveva lasciato spazio ad una fiera superiorità, come dire spaccami pure la faccia, scarica la tua rabbia e poi sparisci dalla mia vita.
(Adesso che ci penso è stato anche una sorta di sogno premonitore visto come sono ridotto ora).
Quindi sono lì che lo fisso con una fiera superiorità, dicevamo, il pugno è là, invece, bello carico in aria e Buum.
Lo sbatte sul tavolo, con una violenza inaudita.
Buum, buum e poi ancora bum.
Bussavano alla porta, quella vera, quella di casa.
Il rumore metallico dei chiavistelli e poi il clac secco della maniglia ben oliata.
Indecorosamente spettinato e con gli occhi sigillati bofonchiai Ettore che cazzo vuoi, e lui entrando ribatté È un grandissimo casino.
L’orologio digitale recitava tre e ventuno del mattino con un azzurro inappellabile e inequivocabile.
Sapevo che mi avrebbe parlato di una tremenda litigata con Elena, del fatto che lei se n’è andata, che non si spiegava perché tutte le sue storie finivano, che non sapeva che cosa avesse lui di sbagliato.
Sapendo tutte queste cose mi concentrai a non farmi sorprendere dal divano in pelle, che anche d’estate è capace di regalare, almeno nel primo approccio, temperature vicine allo zero.
-Che cosa è successo?, gli chiesi appunto con il tono di chi si immagina già la risposta.
Ettore era rimasto in piedi e girava su se stesso, non sapendo da che parte cominciare.
-Hai presente Elena?.
La mia faccia diceva Ecco lo sapevo, la mia voce disse Certo che ce l’ho presente.
-Beh, è scappata.
Era disperato e quasi mi ero sentito in colpa per la sufficienza con la quale mi ero preparato alla (scontata) notizia.
Pensai anche che forse provava un senso di vergogna per la specie di ramanzina che mi aveva regalato al parco, quella sui valori importanti della vita.
Poi pensai che dovevo considerarmi fortunato perché in fin dei conti a me girava tutto sommato bene e in giro c’era chi se la passava peggio, come Ettore.
Per carità, nemmeno lui poteva lamentarsi, perché è vero che i drammi della vita sono altri. Certo, non si può stilare una classifica del dolore perché c’è sempre uno che ha avuto più sfighe dell’altro.
Forse il dolore è relativo, nel senso che va sempre misurato sull’indice di sfiga medio fatto registrare nella vita di quella persona e soppesato sul dato puntuale di quel momento.
È per questo che i Sono a pezzi perché mi hanno rubato il motorino contro gli Allora cosa dovrei dire io che mi è morto il cane non hanno davvero senso di esistere se non come fossa comune dei lamenti, dove ognuno butta il suo pezzo di merda, nella presunzione che sia il più grosso, ma tanto poi la puzza del dolore è sempre la stessa.
Quindi, il dramma d’amore del mio amico potreste agevolmente derubricarlo in inciampo affettivo, però se davvero sapeste quanto ci tiene lui a sistemarsi, forse più di me (ma si sa, chi ha il pane non ha i denti e qui si aprirebbe un altro luogo comune grande come la fossa di prima), allora capireste quanto quella rottura, così come ogni rottura con la ragazza che credeva quella giusta, potesse aver avuto l’ effetto di una bomba a chiodi fatta esplodere in un negozio di Swarowski.
Insomma, per tutti questi motivi, mi uscì un Mi dispiace, di quelli rotondi, di quelli che partono da dentro e da profondo. Di quelli veri.
Poi per non sembrare che quelle due parole fossero lo specchio di una mia malcelata aridità empatica aggiunsi che spesso le storie che nascono in chat finiscono per evaporare. Che la distanza e il vedersi poco avevano di certo giocato contro. Che un giorno, quando meno se lo sarebbe aspettato, in fila alla cassa di un supermercato ne avrebbe trovata un’altra, mille volte migliore. E poi, ormai vittima di un inarrestabile climax emotivo, aggiunsi E ci farai una bella famiglia felice.
Amen, chioserei ora.
Quello scambio di battute, invece di essere apprezzato per la sua rarità, dato che avveniva tra uomini, venne stigmatizzato da un acidissimo
Gridate piano por favor sganciato da Penelope, sicuramente incazzata per essere stata svegliata, ma troppo stanca per venire a vedere.
-Sono a pezzi, credimi, confessò Ettore con le lacrime agli occhi.
Mi alzai, e mettendo un braccio sulla sua spalla gli proposi, probabilmente con l’alito più pesante del mondo, di dormirci su e gli offrii il divano se aveva bisogno di non rimanere solo, ma lui scosse la testa ringraziandomi.
Allora iniziai a dirigermi verso l’uscita, perché va bene tutto però ero stanco morto e volevo tornarmene a letto.
Avevo già piegato la maniglia e la luce filtrava nella tromba delle scale buia e fresca, quando mi prende la mano.
-Joyce, non è tutto purtroppo. Lei è scappata con il montone.
In quel preciso istante tutta la congettura sulla relatività del dolore cascò come un castello di carte in mezzo al vento.
Ma come, sei disperato che la tua pseudo fidanzata ti ha mollato e tu ti focalizzi sul montone?
Cosa cazzo c’entra adesso?
Sono le domande che avrei dovuto fargli, ma dato che era in stato di shock non volevo infierire e continuai nella parte dell’amico comprensivo e sorridente.
-Ettore, non ti preoccupare, tanto non è stagione, è appena arrivata l’estate, dissi aprendo del tutto la porta.
E allora lui disse Nella manica destra del montone avevo nascosto il Tubo.
Avete presente quando vi danno una notizia talmente sconvolgente che ci si mette un po’ a rendersene conto?
La prima volta che mi accadde fu quando al telegiornale dissero che era morto Ayrton Senna. Ero talmente affranto che non riuscii a piangere.
Quindi, in genere, la prima fase è di silenzioso ed incredulo rincoglionimento, a cui segue la scarica di adrenalina.
Infatti, lì su due piedi, allargai le braccia come dire Morto un Gauguin se ne fa un altro, poi sbarrai gli occhi e la bocca e mitragliai Cosa stai dicendo, dimmi che stai scherzando.
-Purtroppo non scherzo
-P o r c a d i q u e l l a p u t t a n a, esclamai scandendo bene e passando le mani tra i capelli.
Subito dopo ci fu, invece, lo scatto di adrenalina.
-Partiamo subito.
E come avrete capito è stato qui, in questo preciso momento, che mi sono messo nei veri pasticci, quelli con Penelope intendo.
Avrei potuto litigare con Ettore, oppure perdonarlo all’istante, oppure cercare con calma una soluzione e invece decisi di andare.
Mi era stata una buonissima scusa per fuggire e la avevo colta al volo, al primo giro, come il pupazzo al calcinculo.
E, per scacciare ogni tipo di ripensamento che la mia coscienza avrebbe partorito in qualche secondo, ripeto perentorio Partiamo subito.
La vita è fatta di tempismo: le cose più belle sono quelle che vengono decise senza aspettare che il Rompipalle che c’è dentro ognuno di noi si schiarisca la voce, prenda la parola e ci faccia vedere il bicchiere mezzo pieno (quello che abbiamo da perdere).
Pensate a quanto è brutto quando il Bebè Entusiasmo muore in culla, il biberon pieno di aspettativa cade per terra, si frantuma e ci rimane solo la magra consolazione di piangere sul latte versato.
Ettore non disse nulla.
Anzi, in verità provò a dire Ma. Ghigliottinai quell’inizio di avversativa con Ma un cazzo.
Deglutita la mia decisione, con arrendevolezza si decise a vuotare il sacco e mi mostrò il biglietto che Elena gli aveva lasciato sul tavolo della cucina.
Quattro righe di inchiostro blu che dicevano:

Ettore mi piaci da impazzire ma a distanza non può funzionare.
Allora torno a casa mentre sei perso nei sogni
Perché se fossi sveglio mi convinceresti a restare
Ma tanto sarebbe un rimandare. Ti bacio, Elena

-Il fatto che abbia scritto a mano è un buon segno, no?, mi chiese.
Lanciai uno sguardo più duro delle mie mandibole, che durante la lettura di quella patetica letterina, si erano indurite per la rabbia.
Ma io dico, che cazzo c’entra che il biglietto scritto a mano è un buon segno?
Per prima cosa uno mica gira con una stampante nella borsa, e, se proprio vogliamo trovare un significato nascosto nel gesto, al massimo mi viene da dire che sia negativo, proprio perché molto più personale di uno sciatto messaggio su whatsapp.
Infatti, tutti i miei amici lasciati con un messaggio su whatsapp hanno sempre ribattuto al lasciante che una storia non si può liquidare così, che era figlio di un atteggiamento infantile e che quindi era necessario incontrarsi per chiarire la situazione.
Quindi è chiaro che chi lascia per messaggio (virtuale) rischia di apparire superficiale, poco credibile e non definitivo.
Invece Elena ha scritto di pugno, e quindi sul fatto che la decisione fosse inappellabile non avrei avuto dubbi.
Anzi, proprio per evitare di svegliarlo con il beep della notifica, si è messa nella penombra di una cucina in piena notte a giustificare la sua partenza.
Queste sono considerazioni che faccio adesso a mente fredda, perché vi assicuro che mentre leggevo quel biglietto gli unici sentimenti che provavo erano la rabbia e la voglia di andare a riprendere il quadro.
Mi ripetevo Ma porca puttana mancavano pochi giorni alla vendita.
E’ come se partecipaste ad una maratona, ormai vedete il traguardo e l’organizzatore sposta l’arrivo più avanti.
Senza considerare quanto era stato sfibrante trattare con quel figlio di puttana di Proci.
Voleva vedere l’opera almeno una volta al mese, per verificarne l’integrità, e quindi ci costringeva a dei veri tour de force fino a Roma, andata e ritorno in giornata.
Ogni volta ci diceva che non era il momento migliore, che dovevamo avere pazienza, che il mercato nero è difficile, che si doveva vendere e non svendere.
E non vi sto a raccontare quello che ho dovuto inventare per tenere il tutto nascosto a Penelope.
Lo so, non si fa, però lei non solo non avrebbe capito ma ci avrebbe denunciato.
Senza dimenticare che la tela andava conservata al meglio in casa, perché mica poteva rimanere chiusa nel tubo.
Come fai a nascondere un Gauguin originale?
Facile, fai una foto al dipinto, prendi una talentuosa ragazzetta del liceo artistico e per farne una riproduzione le dai cinquecento euro, che tanto avrebbe speso in fumo.
Poi prendi la riproduzione, la appendi in salotto in bella vista e la sostituisci con l’originale quando tocca a te custodirla.
Il posto meno luminoso è ai piedi della candela, ricordatevelo.
(Non volete farvi beccare con l’amante? Andateci a cena in pieno centro, datemi retta).
E ripensandoci anche questa cosa dei turni per la custodia del quadro era stata un’idea di Ettore.
Io mi ero proposto di tenerlo, Achille era d’accordo ma Ettore no.
Non che non si fidasse, ma se ci fossimo divisi l’onere avremmo frazionato il rischio che andasse perso o distrutto.
E dato che non potevamo assicurare un’opera inesistente (per tutti era andata distrutta, anche se il termine giusto è rubata, però suona davvero male), anche Achille se ne convinse e quindi vinse la maggioranza.
Torniamo al biglietto, al mio sguardo torvo e all’espressione inebetita di Ettore.
-Partiamo adesso, ripuntualizzai risoluto.
-Joyce, lei è tornata in Sicilia, ribatté Ettore.
Fu allora che mi uscì una specie di espressione alla Robert De Niro, di quelle con la testa un po’ inclinata, la fronte corrugata, la bocca digrignata come se stessi mangiando un bignè alla merda e, soprattutto, una voce ruvida.
-Senti – gli dissi- lei ha un mucchio di soldi miei in quella cazzo di valigia e quindi adesso ce li andiamo a riprendere. Non mi importa dove va. Va sulla Luna? Ci andiamo anche noi. Va a fare in culo? Ci andiamo anche noi. E’ andata in Sicilia? Ci andiamo anche noi.
Lo lasciai sulla porta e andai in camera da letto.
C’era un buio fitto, ma a tastoni riconobbi i jeans che avevo abbandonato sulla sedia, mi infilai la prima camicia che trovai appesa nell’armadio e, dopo un attimo di indecisione, ne portai via un’altra, dicendomi Non si sa mai.
Pensai di averla fatta franca ma la bugiarda (nel senso di prima) si era accorta che stava accadendo qualcosa.
-Adonde vas, Joyce?
¬-Dormi, amore, accompagno Ettore in Sicilia a chiarire con Elena. Ti tengo aggiornata, dissi.
Quanto è meschino (e paraculo) usare Amore come intercalare solo per rassicurare una persona a cui la stiamo facendo sotto al naso.
Avreste dovuto sentire il tono. Era morbido, caldo, soffuso come quello degli strizzacervelli durante una seduta o dei preti nel confessionale: Mi parli delle sue paure più recondite e Dimmi i tuoi peccati figliolo vengono detti nello stesso modo se ci fate caso.
Penelope lì per lì rispose Vale (va bene).
Non vorrei risultare pedante con lo spagnolo, però cerco di trasmettervi il racconto nel modo più fedele che c’è. Dovete sapere che Penelope parla un italiano perfetto con tutti, tranne che con me.
No, non nel senso che con me fa errori di sintassi o di vocabolario, con me usa proprio un’altra lingua, il castigliano per l’appunto.
Io, per ripicca, rispondo solo in italiano.
Lei, come vi ho detto, si arrabbia perché vorrebbe che lo facessi in spagnolo, però, porca miseria dico io, se ti rispondo a tono vorrà pur dire che capisco tutto, no?
E non è preferibile uno capisce tutto e non parla a un altro che parla e non capisce niente?
Non è preferibile un uomo a una donna?
Questa dovrei cancellarla ma ormai è andata.
Insomma lei non si accontenta mai, allora io ogni tanto divento ignorante e quando dice Vale?, io rispondo Poco.
Comunque, quella sera lasciai che il suo Vale galleggiasse nell’aria e, infilate quelle quattro cose che potevano servirmi in una sacca di fortuna (quella dello yoga per essere precisi), raggiunsi Ettore.
-Quando ti sei addormentato?, domandai telegrafico chiudendo la porta alle nostre spalle.
-Praticamente appena mi sono messo nel letto.
Evitai ogni commento o domanda sul fatto che, detta così, sembrava che non avessero nemmeno scopato, solo per non perdere il pragmatismo e la credibilità che l’incazzatura mi aveva conferito.
-Quindi quanto vantaggio ha?, aggiunsi, spingendo ripetutamente il pulsante per prenotare l’ascensore che risultava occupato.
Che sia una cagata che sta uscendo di punta, che sia un armadio da portare su, che sia una raccomandata da andare a firmare, tutte le volte che ne avete davvero bisogno, l’ascensore è occupato.
E va bene di giorno, ma alle tre e passa del mattino proprio non me lo spiegavo.
-Elena avrà un’ora e mezza di vantaggio, massimo due.
-Hai provato a chiamarla?
-Sì, ma mi ha bloccato ovunque. Mi dispiace per ‘sto casino.
Ignorando il suo goffo tentativo di captatio benevolentiae, risposi Scendiamo a piedi che questo fottuto ascensore deve essere guasto.
Avrei voluto anche aggiungere che era una cosa indegna considerando l’enormità delle spese condominiali (che pagava Penelope, lo dico per non essere tacciato di quello che si fa grande con le cose degli altri), ma soprattutto per quel contesto così snob.
Nell’atrio perenni effusioni di essenze, marmi rosa e spechi seppiati, oltre ad una lista di divieti che nemmeno in Vaticano. Per non parlare del giardino, con l’erba fitta altra quattro dita e spuntata dal giardiniere filo per filo con le forbicine da naso.
Cassette della posta dorate e lucide, cancellata possente, garage automatizzati nel seminterrato.
Insomma per un posto in cui ti veniva da chiedere Permesso e scusi pure alle statue volutamente senza braccia poste nel vialetto dell’ingresso, non era concepibile che l’ascensore si guastasse.
Scesi a passo svelto una decina di gradini, poi colto da un dubbio, mi fermai all’improvviso tanto che Ettore ormai vi venne addosso.
-Ma non è che ce lo ha fottuto apposta il quadro?
-No, lo escludo categoricamente
-Come fai ad esserne sicuro?
-Non sa nemmeno che esiste quel quadro.
Scesi altri due scalini e poi mi fermai nuovamente.
-E perché mai avrebbe preso su il tuo montone?, continuai ad indagare.
In realtà il montone era del padre di Elena.
Tutto era nato da un commento di Ettore ad una foto del padre da giovane, quando disse che aveva sempre desiderato avere un montone come quello.
Allora lei, era tipo il quarto appuntamento, gli regalò proprio il montone della foto.
Io non so se quel gesto Ettore lo interpretò come una sorta di investitura, fatto sta che il montone era tre taglie più grande, puzzava di canfora e aveva una macchia di un imprecisato marrone sul collo.
Lui non lo indossò mai, neppure per Carnevale, e quindi pensò bene di cucire una manica e usarla come ripostiglio per il Tubo, perché, a suo dire, era l’ultimo posto in cui un ladro sarebbe andato a cercare qualcosa.
Ad un tratto sentimmo aprirsi una porta.
-Bella storia quella del quadro
-Sì, ora vai a nanna però, gli dissi.
-Voglio venire anche io con voi. Sono troppo curioso di sapere come va a finire.
Riprendendo la marcia, risposi Ti mando un telegramma domani e lui ribatté Voglio venire anche io.
-Scordatelo
-Allora vai pure e io salgo a chiedere i dettagli a Penelope.
Dalla velocità in cui un Non rompere i coglioni si trasformò in bocca chiusa e deglutire faticoso, capì che lei non sapeva niente.
E infatti Paride malignamente sottolineò Lei non sa niente immagino.
Stronzo, uno che fa così è stronzo.
Il problema è che i giovani d’oggi non hanno un lavoro serio a cui pensare, ma si definiscono tutti artisti o youtuber e non avendo un cazzo da fare rompono il cazzo agli altri.
Scusate le scurrilità ma ditemi se non è così (naturalmente se qualcuno di voi ha figli tra i venti e trent’anni messi così non si senta offesa, la mia non era un’accusa ai genitori, ma è una questione più ampia, riguarda proprio la società che sta cambiando).
Ettore risolse la situazione accordandogli di venire con noi a patto che non fosse stato d’intralcio, ma tanto sapevamo che non lo avrebbe rispettato.

 

Riproduzione Riservata

papaconl

Related Posts
Leave a reply
Qual\'è la capitale della Francia ( parigi )