Condizionale dell’irrealtà

Terzo
Condizionale dell’irrealtà

Come vi avevo detto prima, mercoledì scorso, come ogni mercoledì, ci siamo incontrati a casa mia.
Nel corso degli ultimi anni abbiamo sperimentato un po’ di tutto, tipo poker, Play Station, film, ma da diversi mesi a questa parte ci siamo fatti prendere da Indovina Chi.
Io sul lato lungo del tavolo con le spalle alla cucina e Ettore, Paride e Achille davanti a me che provano a sfidarmi.
Prima che siate inteneriti o schifati dall’immagine di tre uomini che giocano ad un gioco per bambini senza bambini nelle vicinanze, dovete sapere che abbiamo inventato la versione adulta di Indovina Chi.
Dove l’aggettivo adulto non sottende risvolti a luci rosse, come avrete pensato tutti, ma, almeno questa volta, si riferisce allo spessore delle domande.
Quindi, per scoprire il personaggio nascosto, è vietato fare domande sull’aspetto fisico.
Per intenderci, non puoi chiedere È uomo o donna?, oppure Porta il cappello?, per poi lasciarti andare al gusto di sentire quelle piccole lapidi di plastica cadere giù.
Bisogna inventare, ragazzi.
Tu devi guardare Bill e nella sua pelata provare a vederci il passato inquieto del ragazzino ciccione preso in giro dai compagni di classe, devi scrutare Susanna e trovare il suo matrimonio andato male (ecco, appunto).
Oppure ti trovi davanti a Paul e capisci quanto abbia sofferto quando suo padre ha scoperto che nascondeva i rossetti della mamma nel cassetto delle mutande.
Un Indovina Chi Psicologico, insomma.
Ha avuto i brufoli da ragazzo?, Quando ride mette la mano davanti?, Ha svolto lavori manuali?, Crede in Dio?.
E io riesco sempre (ho detto sempre) ad indovinare il personaggio misterioso.
Pensate, una volta l’ultima volta scoperto Max con solo una domanda.
Li avevo tutti davanti, li passo in rassegna, poi noto che Max è come se mi facesse l’occhiolino.
So che sembra una cosa metafisica o al limite della realtà, tanto che anche io all’inizio non volevo crederci.
Infatti passai oltre. Poi torno con lo sguardo su Max e un altro occhiolino.
A quel punto mi dissi È lui, che con quei baffi neri e spessi mi ricordava zio Pasquale.
Zio Pasquale è il fratello di mia madre, ma tutti lo chiamiamo Zio perché è zitello.
So che single o signorino suona meglio, ma era lui che si definisce così e in fondo, l’essere senza una donna fissa, era la condizione che gli si addiceva di più.
Non tanto per l’aspetto fisico, nella media in tutto, ma proprio per la sua completa e irrisolvibile inclinazione alla figa.
Ogni oggetto che gli capitava tra le mani diventava un fallo con cui mimare una sveltina, una volta lo fece anche con la chiave della macchina, di quelle che spingi il pulsante e salta fuori.
Ogni frase, poi, era buona per un’allusione sessuale. Frasi che decorava con fischi e fischietti e che accompagnava con un gesto sussultorio del polso.
È grazie a quel gesto e a quel fischio esibiti senza ritegno al farmacista che all’età di otto anni scoprii il preservativo, mentre solo qualche anno più tardi capii che zio Pasquale spendeva quasi tutta la pensione di casellante per andare a mignotte.
Mia madre, naturalmente, non aveva piacere che frequentassi zio, ma non poteva opporsi al pranzo della nonna, pace all’anima sua, al quale erano inviati tutti e non era permesso rifiutare.
Erano pranzi noiosi e pesanti come le portate che nonna iniziava a cucinare dal venerdì.
Era una domenica di primavera, la mia faccia piena di pustole, la tovaglia piena di bucce di arachidi, i bicchieri mezzi vuoti e qualcuno che aveva scelto il divano per arrivare a sera.
Tra me e Pasquale c’erano due sedie vuote e mia madre era di là.
Mi avvicinai, quasi sdraiandomi, e gli chiesi Perché porti questi grandi baffi. Lui mi rispose Così rimane attaccato il sapore.
E allora ho guardato Ettore e gli ho chiesto Gli piace leccarla.
Lui ha detto Sì, io ho detto Max e mi sono guadagnato venti euro.
Avreste dovuto vedere la faccia di Paride, occhi sgranati, mani su quella specie di chignon in cui raccoglieva i capelli e quella bocca, un po’ troppo grande per essere un maschio, che così allargata e così nascosta dalla barba, sembra un una caverna dalla quale poteva uscire da un momento all’altro una bestia o un orso.
Invece uscì un Ma come cazzo hai fatto ci deve essere un trucco.
Dopo di ché tirò fuori il pezzo da venti dalla tasca lisa dei suoi jeans, lo scagliò sul tavolo e si alzò dicendo Basta vado a casa.
Che in pratica voleva dire scendere due rampe di scale dato che abita nell’appartamento sotto quello di Penelope.
Questa cosa mi ha sempre infastidito, perché sono sicuro che, per come è lui, si sarà impegnato a sentire quando canto sotto la doccia, quando scopo o cago. Sì, sono cose che facciamo tutti, però l’idea di essere origliati durante queste azioni banalmente umane mi fa sentire in un certo senso diminuito.
E apparire diminuito agli occhi di uno che considero un po’ sfigato e quindi, fatalmente, scendere almeno al suo livello, mi dava fastidio il doppio.
Per fortuna non ci pensavo spesso.
Forse nel definirlo sfigato ho esagerato.
Sicuramente molto diverso da me, anche se siamo nati nello stesso giorno ma con cinque o sei anni di differenza a suo vantaggio (mannaggia).
E quindi, nonostante lo stesso segno zodiacale (che non vi dirò qui, perché questo è un racconto serio su una vicenda stra-seria), ecco nonostante siamo entrambi dello scorpione, siamo due opposti:
io vinco a Indovina Chi, lui perde, io non fumo, lui sì, io ho una ragazza, lui ne ha diverse.
Io devo farmi un mazzo così tutti i giorni, lui vive di rendita grazie agli affitti dei quattro appartamenti che i genitori, che si sono trasferiti a Roma per seguire l’altra figlia, gli hanno lasciato in dote.
Lo accompagnai alla porta e poi sgattaiolai di là per chiudere anche quella della camera da letto per non svegliare Penelope.
Riguadagnai la cucina e annuii ai miei amici facendogli intendere che era arrivato il momento.
Aprii il mobile delle pentole e dal grande paiolo in rame partorii l’oggetto.
Achille mi chiese Sei sicuro che una di queste volte Penelope non lo cucini?
E io risposi Penelope è una donna moderna, non cucina.
Ettore prendendo il Tubo, perché toccava a lui custodirlo per una settimana, mi domandò Proci si è fatto sentire?
Risposi Sì, ha detto che ci incontriamo tutti insieme lunedì.
Allora Achille mi chiese Ma tu non devi partire per il viaggio di nozze?
Sarei partito di martedì.
Condizionale dell’irrealtà.

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papaconl

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